lunedì 18 agosto 2008

Summer! (2)

Hellboy II: the golden army. Le aspettative sono alle stelle. La prima trasposizione cinematografica del demone rosso aveva fatto centro: non aveva cercato di vendersi come kolossal e nel suo piccolo era riuscita a dimostrare una notevole precisione in sceneggiatura e nella costruzione dei personaggi, pagando qualcosa nell’epicità del racconto, senza però deludere gli appassionati (pur discostandosi molto dall’opera di Mignola).
Questo secondo episodio promette altrettanto fascino, con una maggiore spinta verso il fantasy, paesaggi magici e meno claustrofobici, più spettacolarità e nuovi arrivi in squadra, missione riuscita? Quasi del tutto, Del Toro non ha deluso neanche stavolta.
La trama riesce a reggersi da sola, senza poggiare sul continuo evolversi dei rapporti tra i protagonisti, perdendo in parte quella precisione negli sviluppi che caratterizzava il precedente capitolo ma guadagnando in grandezza e sfarzosità. Il nuovo arrivato si integra benissimo nell’intricato meccanismo che regola i rapporti tra i membri del team e regala soddisfazioni inaspettate, per contro non si può non notare la totale mancanza dell’agente che nel primo film ci aveva introdotto nel mondo di Mignola, sarebbe stato interessante ritrovarlo. E il resto? Funziona tutto molto bene e il risultato è ottimo sotto quasi tutti i punti di vista. Da incorniciare la battuta sul tumore e il duetto con birra tra Hellboy e Abe.
Una riuscita evoluzione di quanto di buono si è potuto apprezzare nel primo lungometraggio, nonostante la perdita di alcuni eccellenti espedienti narrativi questo secondo episodio riesce a soddisfare appieno le aspettative, regalandoci una trama più solida e un ambiente più vivo, oltre ai soliti personaggi caratterizzati alla perfezione. Promosso senza riserve.


Martin Scorsese. The Rolling Stones. Cinema. Musica. Rock ‘n’ Roll! Gli ingredienti per qualcosa di interessante ci sono tutti. Niente stadi, niente prati. Siamo al cinema. Portiamo lo spettatore a teatro!
Benvenuti nel Beacon Theater di New York, ecco a voi Mike Jagger, Keith Richards, Charlie Watts e Ron Wood.
Cosa non ha funzionato? Prima di tutto Scorsese non ha voluto fare un film, voleva portare la musica nelle sale, lo spirito degli Stones, niente film, niente storia, solo un concerto e poco altro. E questo “poco altro” è il primo dei difetti; approfondimenti brevi, flash di quarantacinque anni di storia che poco raccontano a chi non conosce il gruppo, una scelta comunque che si poteva salvare, se questi flash fossero stati in numero maggiore sarebbe potuto uscirne un affresco molto interessante. Ora passiamo al concerto, vero fulcro della pellicola, Martin ha sacrificato il resto in favore della musica, questa parte deve essere perfetta. Già la scelta del teatro è discutibile (lo stesso anno gli Stones avevano fatto un concerto da due milioni di spettatori sulla spiaggia di Copacabana, un’altra atmosfera) ma può essere giustificata dal parallelismo teatro/sala cinematografica, la regia è ottima, attenta sia ai dettagli sia allo spettacolo nel suo insieme (anche se la telecamera nella batteria resta una buona idea inutilizzata), bello il backstage e magistrale l’uscita. Paradossalmente ho da ridire sul contenuto, la scaletta, sono state montate insieme più serate e l’esclusione di alcuni classici lascia un po’ l’amaro in bocca.
A me è piaciuto molto, ma è un prodotto che nulla ha a che fare con il cinema tradizionale, gli approfondimenti sono un pretesto, Scorsese vuole raccontarci la musica e lo fa nel modo più diretto possibile: mostrandoci Jagger e soci saltare sul palco come ventenni. Shine a light è una pellicola rivolta agli amanti del gruppo e del rock in generale, chiunque altro si annoierebbe. Gran bel concerto ma troppo poco film per giustificare alcune scelte. Un ottimo omaggio al gruppo, anche se i Rolling Stones possono offrire molto di più di quello che Scorsese ha scelto di mostrarci.


Dopo Burton e Schumacher anche Nolan arriva a fare il suo secondo film sull’uomo pipistrello. A tre anni dal successo di Batman Begins Bale torna a indossare l’oscuro mantello e a fronteggiarlo trova il più classico dei batnemici: il joker! Nonostante il parere generale ritengo che il primo capitolo sia sopravvalutato, le idee buone non sempre erano state realizzate con efficacia e il regista ha mostrato alcune debolezze nelle scene d’azione, ma non è questo il momento per approfondire l’argomento. Con il Cavaliere oscuro vediamo come Nolan supera la maggior parte degli imbarazzi mostrati nel precedente capitolo e riesce ad offrirci uno spettacolo che in due ore e mezza non annoia mai. Il protagonista assoluto della pellicola è il defunto Ledger (qui nel suo penultimo film) che ci offre un’interpretazione di grande impatto emotivo, superiore forse a quella “storica” di Jack Nicholson.
Alleggerita dal “peso” delle origini la trama si può articolare con più naturalezza e la sceneggiatura riesce a dare il meglio di sé. In un film tanto grandioso è brutto parlare dei difetti che, anche se presenti, passano in secondo piano. Il primo da segnalare è qualche squilibrio in sceneggiatura, spesso il regista si dimentica che sta facendo un film su batman, non sul joker, anche se questa scelta ci permette di apprezzare al meglio le sfaccettature del “nuovo” antagonista; sempre la sceneggiatura mostra alcuni buchi quando utilizza strumenti tecnologicamente avanzati e si trascina un po’ nella parte finale, che avrebbe meritato una maggiore profondità. Ultima nota negativa: Gotham non è New York, per tutta la durata del film il carattere della città passa in secondo piano, perdendo alcune interessanti sfaccettature.
Aldilà di questi dettagli il sesto batmovie vince e conquista lo spettatore, divertendolo, confondendolo e facendolo riflettere. Nella mia personale batclassifica il Cavaliere oscuro occupa il secondo posto, dietro solo a Batman returns di Burton.

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