giovedì 26 giugno 2008

Flame on!

La voce del fuoco… Ah… La pessima grafica di questo blog deve molto a questo libro… Un libro strano tra l’altro.


“Opens I mouth, for make noise in I’s hurt, and say off ire is come through I, and rise, and rise, with grits of bright, in neath of old black sky.”

Chapter one: Hob’s Hog. 4000 BC


Il primo romanzo di Alan Moore è stato pubblicato originariamente nel 1996, nove anni dopo ancora non era disponibile una versione tradotta del libro, per questo mi convinsi a prenderlo in lingua originale. Non l’avessi mai fatto; Moore è un pazzo e ha scritto qualcosa di illeggibile anche con un dizionario a fianco. E ci ho provato, lo giuro!

Lo scorso anno le edizioni BD hanno fatto il grande passo: traduzione e pubblicazione in Italia del testo. Questa “svolta” editoriale mi ha permesso di avanzare nella lettura e di capire meglio le intenzioni del mago inglese.

Alan Moore (per chi non lo sapesse è il miglior scrittore di fumetti di sempre, autore tra le altre cose di V for Vendetta, Watchmen, From Hell e Promethea) ambienta l’intera vicenda a Northampton, la sua città. Questa scelta comporta una particolare strutturazione del romanzo, suddiviso in racconti ambientati in epoche diverse (collegati tra loro da una serie di elementi ricorrenti), e si pone l’obiettivo di dimostrare che ogni metro quadro, anche il più sperduto, nel corso dei secoli ha accumulato fatti (o leggende) che meritano di essere raccontati. Gran parte dei capitoli del libro sono frutto dell’immaginazione dell’autore, che si apre al lettore per mostrare la natura magica del luogo giocando sul labile confine che separa il reale dal mito.

Basta uno sguardo alle pagine iniziali per incontrare il primo ostacolo: ci troviamo di fronte a un racconto narrato in prima persona da uno stupido preistorico, con la grammatica contestualizzata, cioè inesistente, poche parole e concetti espressi per associazione, non basta qualche riga (abbinata ad un notevole sforzo) per abituarsi allo stile. Le tecniche narrative si evolvono lungo i secoli, passando per l’allegorismo medievale per terminare con una scrittura contemporanea (sarà la voce dell’autore ad accompagnarci nelle ultime pagine). Da questo punto di vista Alan riesce a raggiungere virtuosismi formali di pregevole fattura, indebolendo però la scorrevolezza della narrazione.

Nonostante alcuni capitoli risultino essere molto brevi, i personaggi presentati riescono sempre a conquistarsi la pietà del lettore (e ne hanno bisogno, data la triste natura degli eventi narrati) e ogni periodo storico riesce a dominare sui protagonisti (fulminanti le dieci pagine dedicate all’impero romano, molto efficaci).

Il libro è senza dubbio impegnativo, denso e pieno di follia (a partire dall’atipico cast utilizzato). Moore non ha voluto risparmiarsi per il suo esordio tra i grandi, risultando a tratti eccessivamente barocco e macchinoso. Il ritmo lento e struggente dello scorrere delle pagine porta inevitabilmente alle conclusioni finali dell’autore stesso, che ci racconta l’attuale stato della città e ciò che è rimasto degli antichi misteri.

Con questo romanzo Moore non solo ci regala un viaggio magico, ma racconta se stesso: ci descrive i suoi luoghi, il suo borgo, le sue emozioni, le sue fantasie, i suoi sogni e il mondo (immateriale) che lo circonda.

Dal 1994 Alan si professa mago. Questo libro può introdurre al misterioso universo che sente suo, risultando scorrevole anche per chi (come me) è in grado di cogliere solo una piccola parte del significato dell’opera (scritta con un simbolismo estremo).

I difetti non mancano, spesso la narrazione si fa pesante e non sempre Moore raggiunge un’adeguata efficacia anche per i più bassi livelli di interpretazione (ma almeno ci sono, a differenza di altri suoi scritti in prosa).

Mi sento di consigliare questo libro ad ogni fan dell’autore e a chiunque non abbia paura di affrontare il metaforico viaggio (con ostacoli e delusioni annesse) proposto dal barbuto inglese.

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