Ben arrivata!
Per cambiare la vita a un pendolare basta poco. :-)
(i primi test confermano un perfetto funzionamento, che gioia!).
sabato 29 marzo 2008
Tempo di evoluzioni!
venerdì 28 marzo 2008
Provaci ancora Mel
Mel Gibson mi è sempre piaciuto molto come attore, come regista invece un po’ meno (ho adorato Braveheart ma The Passion non mi ha convito appieno).
Quando nell’ormai lontano 2006 è stato annunciato il suo nuovo film, ne sono stato subito sia incuriosito che spaventato: la curiosità era dovuta a una sporadica condivisione di sensibilità e la paura era invece causata dagli ultimi atteggiamenti di Mel che, dall’inizio delle riprese de La Passione, è diventato presuntuoso, credendosi in grado di fare tutto ad altissimi livelli.
Purtroppo, a causa di qualche contrattempo, sono riuscivo a vedere Apocalypto solo un mese fa.
Parliamone.

Le buone premesse ci sono tutte: Mel torna a dirigere un film che vuole essere epico, spettacolare, con ambienti ampi e importanti valori da conquistare.
La pellicola ci racconta di Zampa di giaguaro, del suo villaggio e della fuga per salvare la moglie incinta.
La trama non è molto complessa, la sua linearità serve per enfatizzare l’importanza dei momenti chiave. A raccontare il semplice soggetto Gibson ha scritto una sceneggiatura a tratti imbarazzante: buchi, scene senza senso, un’eccessiva semplificazione dell’ambiente e uno spazio/tempo filmico poco solido. Questi difetti pesano molto su un film che si pone tra i principali obiettivi la fedeltà storica (tanto da essere parlato in antica lingua maya). Fare un elenco dei passaggi sbagliati sarebbe eccessivo e l’analisi si allungherebbe inutilmente; vale comunque la pena segnalarne qualcuna: l’eclissi di giorno e la luna piena di notte, con i conseguenti risvolti narrativi, la notte stessa che non ha un significato preciso, rompe il normale scorrere del tempo creando buchi inspiegabili e, come ultimo esempio, si può discutere della scena prima del salvataggio della moglie, anche in questo caso il tempo inizia a scorrere diversamente da una parte all’altra della scena (momento in cui si riempie la grotta di pioggia).
Gli attori non sono male, considerato che molto di loro non sono professionisti, e aiutano a sentire viva l’atmosfera.
La regia riesce ad accompagnare bene quasi tutto il film, con alcuni momenti memorabili, scene forti e di notevole impatto visivo. Gibson dirige il film con personalità cercando di farci sentire sia i sentimenti sia l’importanza dei momenti vissuti dai protagonisti.
L’apparato tecnico è molto valido, un discreto accompagnamento musicale (che porta con sé efficaci effetti sonori) e una scenografia/fotografia ai massimi livelli, in grado di dare personalità sia al film nel suo complesso che alle singole ambientazioni.
Dal punto di vista narrativo la pellicola è ben strutturata; il lungometraggio si confronta con tematiche difficili e in più di un occasione si dimostra all’altezza delle sue ambizioni (o, in altri casi, riesce a far riflettere lo spettatore, sensibilizzandolo su alcuni argomenti). In questo caso il finale è buono, l’arrivo degli europei cambia la prospettiva dell’intero film, rimettendo in discussione con una singola scena l’importanza valori visti in precedenza.
Nel complesso il film ha sicuramente dei buoni spunti, è in grado, almeno in qualche sequenza, di farci vivere un mondo nuovo, ma allo stesso tempo soffre un soggetto eccessivamente semplice ed errori di sceneggiatura che spezzano continuamente l’incantesimo create dalle belle immagini.
Voto 7-. Un’occasione sprecata. Con un po’ più di attenzione si potevano raggiungere risultati molto migliori.
Caro signor Gibson, torna umile e torna a recitare, faresti un favore a molto. :-)
giovedì 27 marzo 2008
The new God
Dopo ogni weekend di faticoso cage bisgonerebbe riposare, invece altri agguerriti playa sfidano continuamente i nostri eroi anche in settimana e lo fanno con regole tutte nuove.
Nei giorni lavorativi le panche dormono e un nuovo Dio ci osserva dall'alto decretando la nostra sorte con un cinismo senza pari.
mercoledì 26 marzo 2008
martedì 25 marzo 2008
Samus, sweet Samus...
Questa console war mi ha spesso visto schierato a favore del Wii (anche perché è l’unica che possiedo, ma non solo), il periodo più difficile per difendere questa presa di posizione è stato l’inizio dello scorso anno, su X-Box 360 venivano pubblicati buoni giochi ogni mese mentre su Wii la facevamo da padrona prodotti infantili o malfatti, da settembre invece questo problema non si è più posto, grazie a una serie di uscite, tra cui Metroid Prime 3: Corruption di cui parlerò qualche riga sotto, lanciati sul mercato nello stesso periodo, il Wii ha riguadagnato terreno facendomi capire ancora una volta perché sono soddisfatto della scelta.
Premessa: sono un eretico e non ho mai giocato ai primi due prime o agli scorsi Metroid, anche se un’idea piuttosto precisa sulle meccaniche e lo stile di gioco me l’ero fatta.
Premessa2: Metroid l’ho acquistato in attesa di Super Mario Galaxy, il capolavoro annunciato di Nintendo, e l’ho quindi affrontato inizialmente con molte riserve e senza grandi aspettative.

In questa sua nona (?) avventura Samus (la nostra protagonista) ha il compito di recuperare l’unità Aurora non infetta e di distruggere il pianeta Phaaze, tralascio i dettagli intermedi per evitare inutili spoiler.
La trama è buona, non particolarmente articolata, non sempre originale, ma in grado fare da sfondo all’intera esperienza senza eccessive difficoltà. Inizialmente mi ha lasciato un po’ freddino, anche se col proseguo del gioco alcune sequenze mi hanno molto colpito. Altra importante caratteristica è il modo in cui ci viene raccontata, cioè mediante delle in-game cut scene, più funzionale e leggero dei filmati prerenderizzati ma meno coinvolgente del racconto naturale dell’ambiente (stile Bioshock), gli intermezzi scriptati sono rarissimi.
L’apparato grafico è buono, purtroppo il grande divario rispetto alle due console concorrenti c’è e si nota. Bisogna però riconoscere che i ragazzi del Retro Studios hanno cercato di spremere al più possibile i chip del Wii, le texture appaiono varie e piuttosto dettagliate (anche se non sempre riescono a mantenere la giusta nitidezza), gli sfondi sono belli e funzionali (per non perdere troppa potenza gli sviluppatori si sono rifugiati a molti fondali incollati dietro la scena, tecnica non sempre efficace ma in grado di garantire una discreta qualità a fronte di uno scarso utilizzo della GPU), i poligoni non mancano, anche se le figure a volte sembrano quasi stilizzate, i nuovi effetti introdotti riescono invece a rendere bene le atmosfere dei luoghi visitati, le animazioni paiono in certi casi ripetitive e l'aliasing non viene mai filtrato dal motore grafico.
Aldilà della sola tecnica non si può negare che il design dei nemici, dei boss e degli ambienti sia ben studiato per creare un’armonia visiva difficile da dimenticare.
Il reparto sonoro è invece notevolmente sopra la media: le musiche orchestrate da Kenji Yamamoto sono azzeccate, talvolta richiamano alcuni temi storici della serie, e gli effetti sono utili in molte occasioni per comprendere il mondo circostante. Ottimo lavoro.
Il vero pezzo forte del gioco, almeno da punto di vista tecnico, è però il gameplay: era dai tempi di Quake III Arena per PC che non si vedeva una così importante rivoluzione nel mondo degli FPS.L’accoppiata Wiimote + Nunchuck si dimostra vincente: affidando il controllo della visuale e della mira al primo e il movimento e l’aggancio dei nemici al secondo, altre funzioni sono di volta in volta assegnate ai due controlli e sempre senza stravolgere la spontaneità dei movimenti. Il pregio di questo sistema di controllo sta nella naturalezza con cui si padroneggia l’amata cacciatrice. Questo nuovo modo di giocare gli FPS ritengo sia attualmente l’unica alternativa valida ai sempre verdi mouse + tastiera, per capire di cosa sto parlando bisogna provare a giocarci. Una sensazione meravigliosa!
Esperienze passate hanno però insegnato che non di solita tecnica è fatto un gioco, passiamo ora ai contenuti.
L’idea dei visori resta molto valida (anche se non è stata introdotta da questo episodio della serie), soprattutto per il visore scan che permette di “vivere” al meglio l’esperienza, di conoscere il mondo, i pianeti, i nemici, gli oggetti, le civiltà. E’ grazie a questa funzionalità che la saga di Metroid riesce a far parlare i muri, caratteristica fondamentale per impostare un gioco così complesso.
Corruption non è semplice come ci si aspetterebbe dando una rapida occhiata alla trama, il level design è notevole, i pianeti sono strutturati con intelligenza, il gioco obbliga ad una continua esplorazione dell’ambiente, per molti addirittura esagerata, per poterne capire i segreti, scoprire stanze nascoste o superare ostacoli. Si segnala anche una componente non indifferente di backtracking, anche se (da quel che sento dire da chi li ha giocati tutti) in misura minore rispetto ai precedenti capitoli, questo fattore fa storcere il naso a molti, me compreso, ma, almeno per questo capitolo, questa caratteristica è ben implementata, sfidando il giocatore a scoprire anche le vie più nascoste.
Le sensazioni che questo gioco è in grado di offrire sono molte, a partire da senso di solitudine, sempre inquietantemente presente in tutto il gioco (ad eccezione della prima mezz’ora d’introduzione), continuando per il difficile rapporto con i boss, passando per la stimolante sfida con l’ambiente, che ti obbliga a vivere con intensità ogni stage e, soprattutto, immergendoti nell’avventura come solo pochi altri videogames sono in grado di fare, sfruttando anche un sistema di controllo mai così naturale e ben implementato.
In conclusione promuovo a pieni voti quest’ultima fatica del Retro Studios, un’avventura in grado di conquistarmi oltre ogni mia più rosea aspettativa e mai come in questo caso il risultato totale supera la somma delle singole parti. I piccoli difetti (da segnalare il fastidio di non poter skippare i voli i astronave) non sono nulla in confronto al gran numero di ottime trovate dei game designer, in grado di offrire un prodotto sopra le righe da qualsiasi punto di vista.
Voto: 9,5. Decisamente al di là di qualsiasi personale previsione.
Grazie ancora a Samus Aran per la fantastica esperienza di gioco che mi ha permesso di vivere.
lunedì 24 marzo 2008
giovedì 20 marzo 2008
Una vita da spia
Dopo aver esordito come regista nel lontano 1993 una leggenda come Robert De Niro decide di tornare a dirigere e lo fa con delle ambizioni non indifferenti: vuole raccontarci la nascita e i primi venticinque anni della CIA (fino al fallimento dello sbarco alla Baia dei porci) attraverso gli occhi di Edward Wilson (Matt Damon) dando molto importanza alla valenza storica della pellicola.
De Niro basa il suo lavoro su una sceneggiatura di Eric Roth, vincitore dell’oscar nel 1994 per Forrest Gump, e da essa si cominciano a notare i primi difetti. Il film è strutturato con continui flashback, tutti riferiti a precisi momenti storici, che rischiano di confondere uno spettatore non troppo ferrato sulla storia moderna, il trucco non aiuta a gestire questi continui salti temporali mostrandoci i protagonisti nel presente quasi uguali a com’erano venticinque anni prima, spiazzando ulteriormente lo spettatore distratto che non riesce a collocare la scena in un periodo storico solo guardando l’aspetto degli attori. Questa caratteristica determina il fallimento del film come mezzo per diffondere conoscenze storiche, difatti lo spettatore è tenuto a conoscere i fatti già in precedenza per comprendere al meglio la pellicola.
Questi difetti possono essere marginali; non spiegare i dettagli degli eventi che fanno da sfondo alla vicenda alza il livello di lettura del film, che richiede quindi maggior conoscenza e impegno dallo spettatore, e il trucco troppo leggero concorda con il difficoltoso sviluppo caratteriale del personaggio.
La storia di per sé può essere molto interessante, viene buttata molta carne al fuoco (la confraternita, l’ambiguità sessuale, il triangolo amoroso, l’intenso rapporto con la spia nemica, la fiducia e il difficile rapporto la famiglia sono solo alcuni tra i principali temi sviluppati) anche se l’aspetto su cui il regista punta maggiormente è la dedizione di Edward verso il proprio lavoro, per il quale è pronto a sacrificare persino i suoi cari.
I problemi emergono fin dai primi minuti. Al film manca ritmo, De Niro fa scelte stilistiche fin troppo tranquille e il lento montaggio non aiuta a tenere alta la concentrazione dello spettatore. Questa mancanza decreterà il parziale fallimento della pellicola sotto un altro importante aspetto: quello del puro intrattenimento, anche se le tre ore passano senza troppi problemi, il film non riesce a conquistare lo spettatore con scene particolarmente riuscite o un ritmo che terrebbe incollato allo schermo anche il pubblico più esigente.
A livello di contenuti il film offre molto; nonostante solo alcuni degli aspetti sono approfonditi in maniera adeguata la sceneggiatura non mostra evidenti squilibri narrativi, anche in questo caso il basso ritmo può far perdere interessanti evoluzioni dei temi trattati.
Pregevole l’apparato tecnico con una buona fotografia, delle ottime scenografie e una musica che accompagna senza intoppi la scena.
Come giudizio non me la sento di andare oltre il 7. È un discreto film ben che non riesce però a conquistare completamente lo spettatore. La pellicola scorre per tre ore senza né alti né bassi e difficilmente sarà ricordata come punto fondamentale per il cinema di genere.
E con questo auguro buona Pasqua a tutti. :-)
domenica 16 marzo 2008
sabato 15 marzo 2008
Requiem
Secondo appuntamento del “cineforum” settimanale.
Formazione inedita composta da: Pietro, Elda, Riccardo e, ovviamente, io.
Film scelto (turno di Pietro): Requiem for a dream.
Cast interessante, non solo per la presenza della Connely, che recita molto bene durante tutto il film; trovo che tutti gli attori abbiano saputo rendere al meglio la forte emotività richiesta da una pellicola del genere.
Il film è una denuncia sulla droga, ma rispetto ad altri lungometraggi che affrontano argomentazioni simili riesce a non cadere troppo nel retorico e, soprattutto, a non risultare monotematico; la pellicola tratta infatti anche l’eccessiva invasività della televisione, la pericolosità di una medicina troppo accondiscendente e il problema dell’alienazione da tutto e tutti.
La vicenda narra di Harry, del suo amico Tyrone, della sua fidanzata Marion, di sua madre Sara e di come degenera il loro rapporto con vari tipi di droghe fino a una tragica conclusione.
La sceneggiatura è tutto sommato ben fatta, l’escalation d’eventi è piuttosto classica, ma resta coerente e riesce a creare dei buoni personaggi. Il film viene diviso in stagioni: estate, autunno e inverno, il climax verso il freddo segue lo sviluppo dei rapporti umani tra i protagonisti, inizialmente solidi che si raffreddano sempre più col proseguo del film e la mancanza della primavera, che solitamente rappresenta la rinascita, sottolinea come i personaggi utilizzati siano senza speranza.
La particolarità del film sta nella regia: sempre alla ricerca di soluzioni nuove e interessanti per rappresentare le sensazioni provate dai protagonisti, spesso ottiene ottimi risultati e sono poche le scelte infelici; per vincere questa sfida il regista si è concentrato molto sul montaggio, riuscendo a creare e a distruggere le barriere che si instaurano tra i vari personaggi e a sincronizzare gli alti e i bassi delle singole sottotrame.
Il film è molto forte come contenuti e punta dritto al cuore dello spettatore, questa è un’altra vittoria per la produzione che riesce a toccare le corde giuste e a spingere al limite la nostra sensibilità.
Una nota di merito va alla musica: nonostante sia poco varia (per scelta) riesce a restare impressa e ad accompagnare le immagini con un tema che verrà riutilizzato da un gran numero di pubblicitari e non per progetti di svariati generi.
Continuando il gioco dei voti: io metterei questo bel film nella fascia che va dal 7 e all’8; sbilanciandomi a favore dell’8 riconoscendo i meriti delle scelte sperimentali effettuate del regista.
Rock 'n' roll!
giovedì 13 marzo 2008
La Dahlia Nera
Brian De Palma torna dietro la cinepresa per dirigere Scarlett Johansson, Hilary Swank e Josh Harnett in un noir che ha tutte le carte in regola per restare a lungo nella mente degli spettatori.

Il film inizia presentando i personaggi e delineandone le caratteristiche; noi seguiamo la vicenda dal punto di vista di Dwight "Bucky" Bleichert, ex pugile diventato poliziotto. La pellicola prosegue narrando i successi del nostro protagonista (al lavoro insieme a un altro ex campione di pugilato), i triangoli amorosi in cui inevitabilmente finirà e l'indagine sulla morte della dalia nera, una giovane aspirante attrice, che coinvolgerà gran parte delle sue conoscenze.
La sceneggiatura è criptica, narra con disinvoltura situazioni complicate (e non sempre spiegate appieno), è importante non perdersi i particolari e non far confusione coi nomi e la storia dei personaggi secondari. Il film è stato molto criticato per questa caratteristica, rivedendolo più volte si può apprezzare che quasi tutto si incastra e la trama funziona bene, anche se alcune forzature rimangono evidenti insieme a qualche decisione incomprensibile dei protagonisti (il ritrovamento dei soldi sotto la mattonella rotta su tutte). Tutto sommato mi sento di promuovere questa sceneggiatura, nonostante dimostri di non essere esente da difetti.
Gli attori tutto sommato reggono bene le parti, qualche problema per il povero Josh nelle parti drammatiche e della Scarlett che tende ad appiattire anche i momenti più emotivi. Non ritengo la scelta della Swank tra le più felici del casting ma forse va a gusti... Va detto che immaginare la somiglianza tra la protagonista di Million Dollar Baby e la dalia nera rovina un po' l'esperienza, le due non si somigliano per niente (tutto a vantaggio della giovane dalia).
L'apparato tecnico è soddisfacente, buona la ricostruzione della città e ben resa l'atmosfera retrò.
E adesso si arriva al piatto forte di questa pellicola: la regia.
Brian De Palma non ha problemi ha seguire la sceneggiatura e riesce a regalarci delle scene memorabili, in particolare sono da segnalare l'ingresso con cena di Hartnett nella casa della ricca Swank (con i continui passaggi in soggettiva davvero ben fatti) e soprattutto il lungo piano sequenza da cui apprendiamo la morte della dalia, vero punto di svolta del film, che, oltre a mostrarci le due facce della città e a rappresentare i momenti chiave di tutte le sotto trame, ricorda molto quello storico utilizzato da Orson Welles ne L'infernale Quinlan.
Sempre a voler giocare con i voti... Il film mi è piaciuto molto, nonostante qualche difetto i punti di forza prevalgono, quindi, apprezzando anche lo sfondo storico utilizzato, mi sento di dare un 8 pieno.
E anche per stavolta è tutto. ^^
CRS'08
Oggi è iniziata ufficialemte la Cage Regular Season 2008!
Dopo una mezzoretta di giocata libera i crampi affliggono il giovane del Cage Team, quindi pausa foto e poi di nuovo in campo per un 1vs1 a basket. Non è mancata la pausa maglia. 75 minuti intensi per questo esordio anticipato, per dettagli e foto rimando al blog ufficiale del Cage Team.
Evolution?!?!
Primo appunto videludico per questo blog: Atlantis Evolution, quarto capitolo della fortunata (?) serie della Cryo Interactive, sviluppato stavolta dalla Adventure Company. Il cambio di gestione è stato indolore? Sarà riuscito a colmare le lacune "storiche" che affliggevano le avventure della Cryo? Scopriamolo.

In origine c'è stato Atlantis the lost tales, un'avventura con ottima grafica, solito finto 3D, una storia piuttosto avvincente, ma dannatamente frustrante. Non difficilissimo ma troppo legato alla soluzione, senza di essa era impossibile trovare la voglia di finirlo... A 10 anni di distanza ho ancora per la testa la frase del game over. All'epoca giocavo volentieri ai Dragon Lore e stare con la Cryo mi rassicurava (beata ingenuità!).
Poco tempo dopo uscì Beyond Atlantis (Atlantis 2 da noi), gioco che mi ha subito rapito, ma di una difficoltà esagerata. Meno frustrante del precedente ma complicato come struttura, con ambientazione molto varie e una resa grafica ottima.
Nel 2001 esce il gioco meglio equilibrato della saga: Beyond Atlantis 2 (da noi Atlantis 3). Scenari variegati, buona giocabilità (anche se, purtroppo, senza grandi miglioramenti) e un tocco di epicità nella narrazione.
Arriviamo al 2004. Atlantis Evolution, la saga non è tra le meglio riuscite, i precedenti capitoli erano giochi carini, niente di sconvolgente (della Lucasarts parlerò a breve) ma sembre godibile in ogni sua incarnazione.
Trama: come da consuetudine l'ambientazione si discosta molto dalle scorse avventure, la cosa va anche bene. Buono il finale che ci evita una banalità e una linearità nello sviluppo imbarazzanti.
Atmosfera: il pregio di questo gioco è saper rendere affascinante questo strano mondo. Grafica ancora in "finto" 3D, fondali molto colorati e dettagliati. A dispetto delle precedenti esperienze in questo capitolo troviamo meno stravolgimenti di scenari, caratteristica che rischia di rendere ripetitiva l'intera avventura.
Gameplay: Il più grande difetto del prodotto. Per nulla svecchiato, rimasto indietro di qualche anno, le meccaniche non vengono stravolte, i designer ci consentono di interagire solo superficialmente con i fondali e solo con un numero limitatissimo di oggetti. A peggiorare il quadro ci sono gli enigmi: facili e quasi inesistenti, per aumentarne il numero sono inseriti molti mini giochi semplicissimi, scelta spesso infelice.
Tutto questo condito da una longevità a mio parere piuttosto scarsa.
In conclusione non credo che il gioco sia tutto da buttare, rilassa, la storia si lascia raccontare da sola senza richiedere molto impegno al giocatore e i colori e l'oppressione sono resi piuttosto bene (in ogni caso niente a che vedere con le grandi produzioni attuali). Il gioco lo consiglio quindi agli amanti della saga e a pochi altri, tutti amanti delle avventure grafiche "all'antica".
A voler dare un voto tengo conto che non mi ha praticamente mai annoiato, soddisfando la mia voglia di adventure. Un voto oggettivo oscillerebbe tra il 5 e il 7 a seconda del giocatore, personalmente ritengo che il 6 sia comunque meritato e, da amante della saga, potrei sbilanciarmi in un 6,5 considerando validi i mezzi voti.
Dalla Cryo è tutto. La prossima volta si parlerà di Lucasarts e Threepwood. ^^
venerdì 7 marzo 2008
Burton VS Musical
Nessuna occasione migliore per inaugurare il blog, è uscito Sweeney Todd! L'ultimo capolavoro di Tim Burton con quell'attore bravino che è Johnny Depp ad interpretare Benjamin Barker. L'accoppiata è abbastanza intrigante da farmi superare uno scoglio personale: l'odio per i musical. In questo tentativo di analisi, fatto in parte grazie ad alcune osservazioni di Pietro, ovviamente ci saranno spoiler. Guai a chi se la prende per questo.

Il film si presenta bene: il nostro barbiere è a bordo di una nave, pronto a rientrare nell'amata/odiata Londra, e fa subito conoscenza con il ragazzo che, grazie al suo amore, si rivelerà essere di fondamentale importanza nel proseguo della vicenda; il tutto è accompagnato da una canzone piuttosto orecchiabile, ben recitata, che ci racconta in che ambiente stanno arrivando i protagonisti. La musica viene seguita da un'attenta regia che mette in mostra le belle scenografie e la Londra malata in cui la vicenda si svilupperà. Questa introduzione si conclude con Johnny e il ragazzo che si lasciano dopo il triste racconto del passato londinese del barbiere. Ottimo prologo. La paura da musical sta svanendo e un primo sorriso di soddisfazione smuove le labbra.
La storia comincia a ingranare. Sweeney torna nelle sue vie e, nonostante i molti cambiamenti, ritrova il giudice Turpin, causa della miseria del nostro eroe, a spadroneggiare con arroganza tra i vicoli malsani della città. La sceneggiatura si dedica quindi al racconto di come Benjamin trami la sua personale vendetta contro il giudice, ma non prima di aver recuperato la figlia diventata la protetta di Turpin. In parallelo a questa vicenda ci viene narrato come Jamie (il ragazzo incontrato a inizio film) si innamori di Johanna (la figlia di Todd). Questa doppia storia è ben seguita da un'attenta sceneggiatura che dedica il giusto tempo a entrambe le vicende, senza mai perderne di vista una, intrecciandole e facendo parteggiare lo spettatore per entrambi i protagonisti. La regia invece si perde un po' quando parla di Jamie. Purtroppo le canzoni eccessivamente lunghe e ripetitive si fanno pesare: Jayne Wisener non è Johnny Depp. La regia non riesce ad accompagnare nel modo migliore le parti cantate e il risultato stona un po' con il resto del film. Questo problema ci porta dunque alla seconda parte, in cui "fortunatamente" questo difetto viene meno. Sì, le virgolette ci sono perchè in questo secondo tempo (da quando Sweeney e l'amante mettono in atto il diabolico piano) perdiamo quasi completamente di vista il povero Jamie e la sua storia d'amore, ormai sempre più usata come strumento, tanto da non interessare neppure più nel finale. Per questo o Burton ha dedicato troppo spazio alla vicenda nella prima parte o ne ha dedicato troppo poco nella seconda. Il forte stacco ha messo quindi in evidenza il precario equilibrio della sceneggiatura, anche se così facendo ci ha evitato le canzoni di Jamie per il resto del film, risultato pregevole.
A questo punto la vicenda entra nel vivo. La cattiveria di Todd e di Mrs. Lovett (interpretata di una Helena Bonham Carter in gran forma) raggiunge il suo apice. Il successo di entrambi è macchiato solo dall'insistenza di una pazza che cerca di danneggiare il locale dei due crudeli amanti (cominciando a creare delle aspettative per il finale). E' uno spettacolo veder schizzare litri di sangue vistosamente finto. Le canzoni non sono più un peso, daltronde non lo sono mai state quando interpretate da Depp, e la visionarietà di Burton raggiunge uno picchi più elevati dell'intero film (insieme alla parte iniziale).
Il finale personalmente mi è sembrato invece un po' sbrigativo e mai spiazzante, ogni colpo di scena l'ho trovato piuttosto chiamato, in ogni caso risolve tutte le trame principali ad eccezione della storia d'amore tra Jamie e Johanna, unici sopravvissuti al massacro di quell'ultima notte.
Complessivamente è stato un film più che discreto. Qualche problema con delle canzoni, soprattutto quelle che soffrivano della mancanza della straordinaria partecipazione di Johnny Depp, una sceneggiatura che si sbilancia un po' nella seconda parte e qualche buco di sceneggiatura tappato con troppa fretta da singole frasi o da un montaggio fin troppo furbo; intendo soprattutto il fatto che nessuno dica niente che dall'unica porta del barbiere i clienti entrino solo e non ne escano mai (considerato che davanti all'ingresso c'è un locale pieno di gente, pare strano che nessuna sospetti nulla e dire che si selezionano le vittime non basta a giustificare la distrazione dei clienti) e delle macchie di sangue fatte sparire da una scena all'altra sfruttando gli stacchi in fase di montaggio, creando quindi un ellissi nel tempo filmico e lasciando solo immaginare allo spettatore che lui possa aver pulito tutto in quegli imprecisati istanti di vuoto, anche in questo caso la preoccupazione della signora Lovett dopo la prima uccisione non è sufficiente a giustificarne appieno la risoluzione.
A voler dare un voto il film si assesta sul 7 abbondante. A giocare con i mezzi voti darei anche un 7,5, non di più perchè nonostante l'ambientazione sia fatta con molta cura e l'atmosfera sia resa perfettamente non è riuscito a farmi passare l'odio per i musical: in certi passaggi le parte musicate si sono rivelate un peso non indifferente, anche a colpa dei sottotitoli, sempre scomodi da leggere durante la visione del film (questa è colpa mia che non so abbastanza bene l'inglese, in lingua originale questo difetto era ovviamente assente).
That's all folks!




