martedì 18 novembre 2008
lunedì 17 novembre 2008
domenica 9 novembre 2008
mercoledì 29 ottobre 2008
L'emozione non ha voce
Guardando il nuovo trailer di Watchmen mi è venuta spontanea una riflessione, so che sembra strana, ma può rendere l’idea di quello che provo di fronte a certe opere.
Dopo aver letto un fumetto splendido, dopo aver visto un film perfetto, dopo aver sfogliato l’ultima pagina di un libro carico di emozioni, dopo che l’ultima nota di una canzone magica ha smesso di riecheggiare nell’aria, dopo essere rimasto a guardare i titoli di coda di quella sequenza di bit che tanto mi hanno conquistato, sognando sulle note di un’inascoltabile midi ricordando i momenti più epici della propria avventura… è inevitabile sentirsi in paradiso. Anche se sommersi da mille problemi, davanti a certe cose non si può fuggire all’estasi che pervade il nostro animo. Questa sensazione può durare solo un secondo… o anche meno, a seconda del contesto, ma c’è! È questo che conta!
Quello che mi ha fatto riflettere è ciò che si sente dentro dopo tutto questo (anche un mese dopo, non ha importanza): può capitare di voler in qualche modo tornare indietro. Si pensa a quanto siano fortunate quelle persone che non hanno ancora visto il sorriso di Noodles… che non sono usciti spiazzati da quel luna park in grado di ispirare le avventure di un temibile pirata… che non hanno visto la macchia di ketchup su quella famosa maglietta… che credono che dietro alle maschere sia necessaria la presenza di un volto… che considerano il Grande Fratello solo una quotidiana spazzatura… che non credono che il paradiso sia solo lì al primo piano… che non pensano che il numero perfetto sia il sei… che ritengono che una colomba possa volare anche sotto una fitta pioggia notturna… che non vedono che muri fatti di mattoni… per questo e per molto altro è inevitabile invidiare almeno in parte chi sta scoprendo adesso certi capolavori… chi può apprezzare per la prima volta le bellissime opere create negli ultimi millenni.
Con questo discorso non voglio elogiare l’ignoranza, anzi, considero più vuote le vite di chi non sa apprezzare certe cose, ma un po’ invidio chi sta iniziando adesso a scoprire alcuni lavori tanto ben fatti da restare nell’anima del fruitore. La felicità e la soddisfazione ritornano a gran velocità guardando quanto c’è ancora da scoprire nonostante i pilastri in nostro possesso facciano ombra su gran parte della produzione odierna, ma quel breve attimo di invidia è basta a far riflettere sull’importanza di alcune opere imprescindibili, sul significato dei diversi percorsi, e a quanto sarebbe triste il mondo senza queste fantastiche condivisioni emotive.
Grazie Alan, Isaac, Keith, Ron, Sergio, e tutti coloro capaci di regalare momenti dall’incalcolabile valore, il viaggio continua.
;-)
venerdì 26 settembre 2008
L'Ammazzadraghi
Immagino lo stupore da parte di chi conosce i miei gusti nel trovare in questo blog una recensione, per di più positiva, di un manga. Non significa che i miei gusti sono cambiati, tra un fumetto mediocre italiano, americano, francese e giapponese sarà quasi sempre quello nipponico ad avere la peggio, ma è una questione soggettiva, l’ho sempre ammesso. Cosa posso farci? Lo stile, i clichè, le situazioni e le tematiche offerte solitamente dai manga mi danno noia. Certo, ho sempre riconosciuto la presenza di eccezioni, non riferendomi esclusivamente ai classici Otomo, Nagai, Koike, Taniguchi, pur ammettendo di non sentirmi stimolato ad approfondire l’argomento.
In queste righe proverò a esporre le buone impressioni trasmessemi da Berserk di Kentaro Miura.
“È ridicolo… più lo capisco e più lo ammiro… ma adesso sono stufo di nutrirmi del suo sogno e guardarlo dal basso. Ora voglio raggiungerlo con qualcosa di mio.”
Gatsu
Innanzitutto è necessario premettere che la storia, a diciannove anni dalla prima uscita, non è ancora conclusa. Seconda caratteristica evidente è il cambio delle strutture narrative da prima a dopo l’eclissi.
Fin dalle prime pagine Miura ci presenta il guerriero nero freddo, risoluto, violento e tenebroso raccontandoci tramite un lunghissimo flashback le vicende che lo hanno trasformato da impavido bambino a “mostro” stermina apostoli.
Nel corso della prima parte Gatsu (il protagonista) affronta un percorso insidioso, imparando a lottare per gli ideali di Grifis (il perno dell’intera vicenda), ad amare i suoi compagni e a comprendere le proprie ambizioni. Il plot principale avanza rapidamente e i fatti raccontati modificano continuamente gli equilibri della squadra e approfondiscono i caratteri dei protagonisti, plasmando un’avventura corale a drammatica.
Fino a questo punto si ha una storia affascinante, ben raccontata (perdonando un iniziale smarrimento a livello di storytelling), piena di passione e violenza splatter (caratteristiche magnetiche per i giovani lettori e fondamentali per il successo dell’opera).
La narrazione di questi capitoli è piuttosto classica, l'universo circostante è ben abbozzato ma mai realmente protagonista o in grado di competere con le vicende interne della squadra dei falchi.

Eclissi. Gli equilibri si stravolgono, Grifis è sempre più un simbolo e Gatsu rappresenta la resistenza, la determinazione e la vendetta; la genesi del falco bianco e del guerriero nero è ora conclusa. Inizia la seconda parte.
Ci troviamo di fronte un ritmo narrativo ben diverso, più lento nello svolgere la trama principale, il nostro eroe adesso viaggia. Il mondo inizia ad essere protagonista, l’interesse ricade negli approfondimenti delle vicende personali delle comparse. Gente con cui Gatsu dovrà in qualche modo confrontarsi e che metteranno in luce alternativamente la sua umanità e la sua bestialità (caratteristiche portate all’estremo in diverse occasioni). Miura, nello scrivere queste pagine, si mostra più maturo e capace, sia nell’impostare la tavola sia nel proporre tematiche scottanti. Non è tutto oro quel che luccica ed è impossibile non notare che gli intrecci principali non si evolvono, si trascinano per mantenere il giusto equilibrio nel viaggio, durante il quale il guerriero nero si è costruito una nuova squadra che potrebbe rivelarsi un passaggio fondamentale nello sviluppo del personaggio.
Dopo circa seimilacinquecento tavole sarebbe auspicabile vedere qualche nodo venire al pettine e scoprire cosa il nostro protagonista ha appreso dal proprio vagabondare.

Complimenti a Miura che è riuscito a creare delle basi interessanti, sapendo coniugare alla caratteristica violenza la giusta dose di humor (pak!); l’autore è maturato assieme alla propria opera e ha saputo adattarla ai propri pensieri sui diversi aspetti della vita e della società, anche se queste divagazioni non sempre sono state in sintonia con i tempi del plot principale, per questo però è ancora presto. Restiamo con la speranza che il buon Kentaro abbia ancora molte cose interessanti da dire prima della tanto attesa conclusione.
Ringrazio Fabio per avermi prestato i venti volumi maximum per l'intera estate.
PS.Avevo in mente di approfondire le reazioni del mondo a contatto con alcuni ideali facendo un confronto con V for Vendetta. Idea rimandata a quando saranno più chiari alcuni obiettivi del manga di Miura, che offre una visione più complessa e sfaccettata della questione rispetto a quella (volutamente) fondamentalista proposta da Moore.
giovedì 18 settembre 2008
Corso di cinema 2008/09

mercoledì 17 settembre 2008
Basta reunion
Il 15 settebre i Pink Floyd hanno perso uno dei quattro componenti del gruppo: Richard Wright.
Anche se il tastierista della storica band è stato spesso oscurato dal carisma di Gilmour e Waters dobbiamo a lui alcune delle tracce più efficaci.
Wright è accreditato come co-autore o autore unico dei seguenti brani (considerando esclusivamente il lavoro svolto con i Floyd):
Pow R. Toc H. (1967)
Interstellar Overdrive (1967)
Paintbox (1967 autore unico Richard Wright)
It Would Be So Nice (1967 autore unico Richard Wright)
Careful With That Axe, Eugene (1968)
Remember A Day (1968 autore unico Richard Wright)
See-Saw (1968 autore unico Richard Wright)
A Saucerful of Secrets- suite (1968)
Up the Khyber (1968)
Party Sequence (1968)
Main Theme (1968)
Ibiza Bar (1968)
More Blues (1968)
Quicksilver (1968)
Dramatic Theme (1968)
Sysyphus (1969 autore unico Richard Wright)
Atom Heart Mother - suite (1970)
Summer '68 (1970 autore unico Richard Wright)
Alan's Psychedelic Breakfast (1970)
Heart Beat, Pig Meat (1971)
Crumbling Land (1971)
Come in #51, Your Time Is Up (1971)
Country Song (1971)
Unknown Song (1971)
Love Scene (1971)
Violent Sequence (1971)
One of These Days (1971)
Seamus (1971)
Echoes (1971)
When You're In (1972)
Burning Bridges (1972)
Mudmen (1972)
Stay (1972)
Absolutely Curtains (1972)
Breathe (1973)
Time (1973)
The Great Gig In The Sky (1973 autore unico Richard Wright)
Us and Them (1973)
Shine On You Crazy Diamond (1975)
Cluster One (1994)
What Do You Want From Me (1994)
Marooned (1994)
Wearing the Inside Out (1994)
Keep Talking (1994)
Non c'è modo migliore per ricordare un grande gruppo, morto ufficialmente due giorni fa, che riascoltando la canzone dedicata all'ex leader della band: Syd Barret, impazzito pochi anni dopo la fondazione dei Pink Floyd.
Shine on you crazy diamond in tutto il suo splendore!
(il primo video contiene le parti I, II e III, il secondo le parti IV e V, il terzo le parti VI e VII, il quarto le parti VIII e IX).
La fine ufficiale dei Pink Floyd è l'ennesima conferma che un certo tipo di musica sta scomparendo. Senza lasciare eredi.
Ci mancherete.
martedì 16 settembre 2008
Polimi, I love you
Terminati gli esami del primo anno mi viene da sorridere a guardare questa immagine: perfino un genio come Carl Barks si mostra sensibile ai problemi di noi studenti.
Possibile che le mancanze organizzative di un'università come il politecnico di Milano, che dovrebbe essere la migliore scuola tecnica in Italia, non vengano trattate con le giuste attenzioni?
I problemi sono molti e non mi riferisco solo alle numerose inadeguatezze logistiche; i rappresentanti degli studenti vivono in un sistema ancora più ridicolo di quello della scuola superiore. Se non fosse per quei pochi professori che davvero credono nel proprio lavoro e in noi certi corsi sarebbero allo sbando.
Orari, date, eventi, scelte di tempo alquanto imbarazzanti. Nonostante tutto la scuola mantiene la sua fama crogiolandosi della propria eccellenza. Non cambierà mai niente ma un'ottimizzazione delle risorse porterebbe a traguardi migliori.
Per fortuna che il corso di cinema sarà organizzato come si deve! Nei prossimi giorni sarà online il calendario ufficiale per la felicità della ristretta elite che potrà goderne.
Good Night.
martedì 2 settembre 2008
lunedì 25 agosto 2008
Shocking Futures
Ho da poco terminato di leggere i Futuri incredibili di Alan Moore, avvicinandomi alla conclusione del percorso che mi permetterà di avere una panoramica completa sui lavori di uno dei miei scrittori preferiti.
In questo volume ci vengono presentate decine di storie brevi pubblicate originariamente su 2000 A.D. (per questo sono tutte a sfondo fantascientifico) ed è il Moore degli esordi a raccontarcele, il Moore ancora impacciato col media e con più sogni che certezze. Dopo queste pagine il bardo di Northampton scriverà V for Vendetta per la rivista Warrior e inizierà la sua scalata in DC Comics.
Il libro lo possiamo considerare la sua palestra e ci troviamo di fronte una raccolta di idee e di spunti mai banali o scontati; la qualità dei racconti è spesso elevata e le tematiche socio-politiche che hanno fatto da protagoniste durante tutta la prima parte della carriera dello scrittore sono ben presenti.
Per essere un sognatore Alan dimostra uno spiccato senso del grottesco, trovando il lato negativo anche in situazioni di ordinaria follia.
L’intero ciclo di storie è molto interessante perché riesce a evidenziare le critiche sociali mosse dallo scrittore in poche pagine, oltre ai contenuti non si può non restare affascinati anche dal punto vista formale che, seppur lontano dalle vette raggiunte con i suoi ben più celebri lavori, mostra le eccellenti capacità narrative di Moore.
La raccolta è un must per ogni fan dell’autore e dovrebbe incuriosire chiunque sia interessato al buon fumetto: coerenza, brillantezza, cattiveria e originalità sono gli ingredienti dell’ottimo volume (pubblicato in Italia a marzo 2008 dalla Magic Press).
La lettura del libro mi ha fatto riflettere sull’importanza delle riviste underground (Mad, Metal Hurlant, Linus, 2000 A.D.) per il mondo dei fumetti. Sicuramente ci ragionerò sopra e ne scriverò a proposito. Non sarebbe un discorso banale. Coming soon.
lunedì 18 agosto 2008
Summer! (2)
Hellboy II: the golden army. Le aspettative sono alle stelle. La prima trasposizione cinematografica del demone rosso aveva fatto centro: non aveva cercato di vendersi come kolossal e nel suo piccolo era riuscita a dimostrare una notevole precisione in sceneggiatura e nella costruzione dei personaggi, pagando qualcosa nell’epicità del racconto, senza però deludere gli appassionati (pur discostandosi molto dall’opera di Mignola).
Questo secondo episodio promette altrettanto fascino, con una maggiore spinta verso il fantasy, paesaggi magici e meno claustrofobici, più spettacolarità e nuovi arrivi in squadra, missione riuscita? Quasi del tutto, Del Toro non ha deluso neanche stavolta.
La trama riesce a reggersi da sola, senza poggiare sul continuo evolversi dei rapporti tra i protagonisti, perdendo in parte quella precisione negli sviluppi che caratterizzava il precedente capitolo ma guadagnando in grandezza e sfarzosità. Il nuovo arrivato si integra benissimo nell’intricato meccanismo che regola i rapporti tra i membri del team e regala soddisfazioni inaspettate, per contro non si può non notare la totale mancanza dell’agente che nel primo film ci aveva introdotto nel mondo di Mignola, sarebbe stato interessante ritrovarlo. E il resto? Funziona tutto molto bene e il risultato è ottimo sotto quasi tutti i punti di vista. Da incorniciare la battuta sul tumore e il duetto con birra tra Hellboy e Abe.
Una riuscita evoluzione di quanto di buono si è potuto apprezzare nel primo lungometraggio, nonostante la perdita di alcuni eccellenti espedienti narrativi questo secondo episodio riesce a soddisfare appieno le aspettative, regalandoci una trama più solida e un ambiente più vivo, oltre ai soliti personaggi caratterizzati alla perfezione. Promosso senza riserve.
Martin Scorsese. The Rolling Stones. Cinema. Musica. Rock ‘n’ Roll! Gli ingredienti per qualcosa di interessante ci sono tutti. Niente stadi, niente prati. Siamo al cinema. Portiamo lo spettatore a teatro!
Benvenuti nel Beacon Theater di New York, ecco a voi Mike Jagger, Keith Richards, Charlie Watts e Ron Wood.
Cosa non ha funzionato? Prima di tutto Scorsese non ha voluto fare un film, voleva portare la musica nelle sale, lo spirito degli Stones, niente film, niente storia, solo un concerto e poco altro. E questo “poco altro” è il primo dei difetti; approfondimenti brevi, flash di quarantacinque anni di storia che poco raccontano a chi non conosce il gruppo, una scelta comunque che si poteva salvare, se questi flash fossero stati in numero maggiore sarebbe potuto uscirne un affresco molto interessante. Ora passiamo al concerto, vero fulcro della pellicola, Martin ha sacrificato il resto in favore della musica, questa parte deve essere perfetta. Già la scelta del teatro è discutibile (lo stesso anno gli Stones avevano fatto un concerto da due milioni di spettatori sulla spiaggia di Copacabana, un’altra atmosfera) ma può essere giustificata dal parallelismo teatro/sala cinematografica, la regia è ottima, attenta sia ai dettagli sia allo spettacolo nel suo insieme (anche se la telecamera nella batteria resta una buona idea inutilizzata), bello il backstage e magistrale l’uscita. Paradossalmente ho da ridire sul contenuto, la scaletta, sono state montate insieme più serate e l’esclusione di alcuni classici lascia un po’ l’amaro in bocca.
A me è piaciuto molto, ma è un prodotto che nulla ha a che fare con il cinema tradizionale, gli approfondimenti sono un pretesto, Scorsese vuole raccontarci la musica e lo fa nel modo più diretto possibile: mostrandoci Jagger e soci saltare sul palco come ventenni. Shine a light è una pellicola rivolta agli amanti del gruppo e del rock in generale, chiunque altro si annoierebbe. Gran bel concerto ma troppo poco film per giustificare alcune scelte. Un ottimo omaggio al gruppo, anche se i Rolling Stones possono offrire molto di più di quello che Scorsese ha scelto di mostrarci.
Dopo Burton e Schumacher anche Nolan arriva a fare il suo secondo film sull’uomo pipistrello. A tre anni dal successo di Batman Begins Bale torna a indossare l’oscuro mantello e a fronteggiarlo trova il più classico dei batnemici: il joker! Nonostante il parere generale ritengo che il primo capitolo sia sopravvalutato, le idee buone non sempre erano state realizzate con efficacia e il regista ha mostrato alcune debolezze nelle scene d’azione, ma non è questo il momento per approfondire l’argomento. Con il Cavaliere oscuro vediamo come Nolan supera la maggior parte degli imbarazzi mostrati nel precedente capitolo e riesce ad offrirci uno spettacolo che in due ore e mezza non annoia mai. Il protagonista assoluto della pellicola è il defunto Ledger (qui nel suo penultimo film) che ci offre un’interpretazione di grande impatto emotivo, superiore forse a quella “storica” di Jack Nicholson.
Alleggerita dal “peso” delle origini la trama si può articolare con più naturalezza e la sceneggiatura riesce a dare il meglio di sé. In un film tanto grandioso è brutto parlare dei difetti che, anche se presenti, passano in secondo piano. Il primo da segnalare è qualche squilibrio in sceneggiatura, spesso il regista si dimentica che sta facendo un film su batman, non sul joker, anche se questa scelta ci permette di apprezzare al meglio le sfaccettature del “nuovo” antagonista; sempre la sceneggiatura mostra alcuni buchi quando utilizza strumenti tecnologicamente avanzati e si trascina un po’ nella parte finale, che avrebbe meritato una maggiore profondità. Ultima nota negativa: Gotham non è New York, per tutta la durata del film il carattere della città passa in secondo piano, perdendo alcune interessanti sfaccettature.
Aldilà di questi dettagli il sesto batmovie vince e conquista lo spettatore, divertendolo, confondendolo e facendolo riflettere. Nella mia personale batclassifica il Cavaliere oscuro occupa il secondo posto, dietro solo a Batman returns di Burton.
lunedì 11 agosto 2008
Summer! (1)
Breve pausa dagli impegni estivi per fare il punto sugli ultimi appuntamenti cinematografici della stagione.
Il gruppo si è notevolmente allargato e al posto di una ragazza poco interessata abbiamo acquistato una legione di gente del nord.
Questo mese e mezzo è iniziato con E venne il giorno e proseguito poi con Shine a light, L’incredibile Hulk, Wanted, Hellboy II fino a concludersi col Cavaliere oscuro!
Partiamo dalle conclusioni: tre promossi (E venne il giorno, Hellboy II e Batman) e tre rimandati (Hulk, Wanted e Shine a light).
Il film si Shyamalan ha ricevuto moltissime critiche, in linea con i suoi ultimi lavori, a mio parere esagerate.
E venne il giorno è affascinante, ha una bella atmosfera e prova a giocare con lo spettatore, che non sempre gradisce.
Il soggetto è semplice anche se non troppo brillante, la sceneggiatura prosegue lenta e a volte si perde, ma la messa in scena riesce a catturare.
Il regista indiano dimostra ancora una volta una grande consapevolezza dei suoi mezzi. In quest’occasione ci offre un b-movie di classe, ne sfrutta i clichè e ci gioca. Quando c’è da tenere alta la tensione lo fa senza fallire, anche di fronte a una sceneggiatura poco accattivante.
Il film ne risulta molto gradevole e a tratti spiazzante. M. Night ha uno stile classico ma inconfondibile, uno dei pochi registi “nuovi” in grado di far riconoscere la propria mano in ogni suo lavoro senza deludere. E venne il giorno non verrà ricordato negli anni come Il sesto senso, ma riesce a far passare due ore molto piacevoli a uno spettatore curioso e preparato. Le incongruenze non mancano, il grottesco non si nasconde, Shyamalan ne è consapevole ed esibisce orgoglioso certi difetti, speranzoso che lo spettatore ne comprenda il significato! Ormai l’indiano non stupisce più. Garanzia di qualità, anche stavolta non delude.
Incredibile Hulk! Dopo il flop del primo capitolo il cast e tutti gli addetti ai lavori vengono cambiati. Hulk non ha bisogno di psicologia. Hulk spacca. E basta. Il precedente film non riusciva a mostrare la vera natura del mostro verde, troppo ambizioso e mal equilibrato, fallendo sia a livello di incassi che di critica. Questa volta le ambizioni crollano, action movie puro, trama esigua e caratterizzazioni fin troppo sottili.
Il primo l’ho in parte apprezzato perché ha puntato in alto, il regista ha sbagliato ma almeno ci ha provato, non è tutto da buttare (interessanti gli splitscreen ma orribili certe scelte, lo scavalcamento di campo su tutte).
Nel secondo invece non si sbaglia niente. Premesse mantenute. Una sceneggiatura più debole anche di quella di Iron Man. Un buon Norton che non riesce a caricarsi il peso dell’intera pellicola sulle sue spalle. E botte, tante botte!
Non mi ha deluso. Mi ha lasciato poco. Tutto qua. Hulk spacca. Bruce scappa. Non serve nient’altro. E’ molto vicino all’idea originale e per questo non riesce a stupire. E queste erano le sue intenzioni.
Fortunatamente la comparsa di Iron Man fa capire quanto il prodotto possa ben funzionare come prologo ai futuri progetti dei Marvel Studios, incastrandosi con personalità nel mosaico cinematografico offertoci dalla casa delle idee. In quest’ottica il film guadagna punti e riacquista significato.
Direttamente dalla graphic novel (di questi tempi solo i barbari li chiamano ancora fumetti) di Mark Millar e J. G. Jones ecco arrivare Wanted!
La prima cosa da dire è che la pellicola non centra niente con le pagine da cui è tratto. La sceneggiatura è stata scritta quando ancora erano stati solo i primi numeri della miniserie e si vede. L’idea centrale comunque c’è e viene resa piuttosto bene, così come il finale provocatorio.
Il lungometraggio è visivamente eccelso, dettagli precisi, tamarro più di 300, ottimi effetti sonori e una regia sempre attenta ad enfatizzare l’azione. Ottimo film d’azione quindi? No, a qualcuno è venuta in mente una delle peggiori idee degli ultimi vent’anni: il telaio del fato. L’intera vicenda ruota intorno a questo oggetto, non ci vengono spiegati i dettagli e il suo preciso funzionamento, oltre che distruggere il concetto di superiorità della fratellanza. Ogni volta che si parla del telaio spuntano buchi narrativi ad un ritmo impressionante. Probabilmente non l’avrò preso bene io, non è un film ambizioso, certe cose andrebbero perdonate, ma scelte del genere… bhè… rovinano la magia del film. Peccato. Attori cambiati? Perdonato. Niente supercriminali? Perdonato. Niente violenza gratuita? Perdonato a metà. Vicenda stravolta rispetto all’originale? Perdonato. Telaio in grado di far impallidire quello di Loom? Decisamente fuori luogo. E sì che le potenzialità per qualcosa di discreto c’erano. Andrà meglio alla prossima dai! Bisogna dire che anche il fumetto da cui è tratto non è un capolavoro…
E Batman, Hellboy e Rolling Stones? Coming soon…
lunedì 21 luglio 2008
Paginauno
Ok, adesso riprenderò ufficialmente a scrivere regolarmente su queste pagine. Prima però mi tocca fare qualcosa che non avrei mai voluto: inquinare con vicende personali il caro blog. Devo trovare una scusa per il mese di assenza.
Inizio col dare una mano a chi l’inglese lo mastica poco traducendo la citazione da “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, la frase che fa da sottotitolo al blog:
“Mai occhio umano ha udito,
né orecchio umano ha visto,
né mano mai gustato,
né lingua concepito,
né cuore raccontato
qualcosa di simile al mio sogno.”
Come il 90% di quello che ho scritto in questi mesi è strettamente autoreferenziale. Ci sono cose che posso capire solo io e che quindi non dovrei mettere, ma mi diverto a farlo; probabilmente qualcuno di voi è riuscito a cogliere qualche passaggio nascosto… se così è stato, complimenti. Potrei scrivere svariate pagine sulle citazioni, i rimandi, i collegamenti, le motivazioni che stanno dietro anche solo all’immagine su in alto, ma finirei per essere solo noioso. Meglio evitare quindi, e crogiolarsi nell’autocompiacimento.
A questo punto la domanda è ovvia: perché queste righe? Una cosa alla volta… e tranquilli, non ho intenzione di raccontare i motivi che mi hanno spinto a scrivere delle mie passioni, ne di esporre un manifesto programmatico, niente vincoli, niente ricordi e niente progetti.
Con queste parole ho solo intenzione di giustificare la mia assenza e il mio periodo “pericoloso”, non solo per me, ma soprattutto per chi mi sta vicino.
Durante le ultime settimane non solo sono stato tradito e abbandonato dalla ragazza che amo, che mi ha distrutto più per il come che per il fatto in sé, sono a pezzi, ma queste cose non mi piegano… non solo mi sono bruciato gli esami più importanti dell’anno… non solo ho fatto impazzire amici/amiche/parenti con alti e bassi fuori controllo… non solo ho scroccato due giorni alla povera Camy, che mi ha sopportato nonostante fossi particolarmente noioso, e con la quale ho vissuto un concerto in grado di risvegliare emozioni che non provavo da tempo… non solo ho abbandonato i teenagers in auto, da solo, incolonnato in centro a Lodi causa ritardo dell’eurostar… ho avuto soprattutto tempo per riflettere, tanto tempo, tante riflessioni.
Le domande sono state tante, le risposte anche di più, le variabili in gioco sono infinite ma la vita è una sola. Ho rimesso in discussione tutti i miei progetti a lungo termine, ma il quesito più ricorrente però è stato: a vent’anni vale la pena accettare a forza compromessi per tirare avanti alla meno peggio o sarebbe meglio, magari facendosi ciclicamente del male, lottare e combattere per quello in cui si crede veramente? Per quei valori che non possono essere messi in discussione, per chi o per cosa si ama… vale la pena soffrire o risulterebbe meglio fare i brillanti per uscire dalle difficoltà?
Certo, chi mi conosce davvero, chi ha visto in me anche quel centimetro che nessuno ci potrà mai rubare (mi riperdo nell’autoreferenzialità, per la cronaca, riferimento a V for Vendetta lettera di Valerie), sa già la risposta. Ho parlato di tutto con tutti in questi giorni, ho avuto tanti consigli, punti di vista differenti, tutti importanti, ne tengo conto, ma tanto lo sapete, farò a modo mio, come al solito, sbagliando ma credendo fino in fondo in quello che faccio.
Sono d’accordo con quel mio amico (…) che sostiene che una vita senza interessi/passioni sia una vita inutile, piatta, vuota, indipendentemente dal successo.
L’importante è vivere! Vivere a fondo e appieno il tempo che scorre! Questo non vuol dire fare i romantici (non nel senso amoroso, bensì nella sua più classica accezione culturale), non significa abbandonare la razionalità e andare apposta a sbattere contro i muri più insuperabili! Non si può perdere la ragione! Certo che bisogna valutare attentamente le proprie scelte! Altrimenti si vive una vita stupida, non ricca. Il difficile è non perdersi, non superare quella linea che ci allontana definitivamente dai nostri sogni, dai valori che ci danno la forza per affrontare anche le maggiori difficoltà, senza arrenderci e senza scappare, guardarsi indietro e vedere i rimpianti, le occasioni sprecate… non occorre a nessuno. Non voglio fare un inno all’autolesionismo per carità! A tutto c’è un limite! Ma il poter dire “ci ho provato, ci ho provato con tutto me stesso” serve. Permette di andare in giro a testa alta. Sempre.
Ed io in questi giorni sto lottando per questo. Non per recuperare ciò che ormai appartiene al passato, ma per ricordare a una persona confusa ciò che le da forza! Quello che la rende una persona speciale, magnifica. Sono ottimista, sempre, ma la sconfitta è quasi assicurata. Questo non significa che non farò alcuni sacrifici, anche importanti. E non mi chiedo se ne vale la pena. So che è così. Perché pensarmi a ricordare questi momenti, e vedere che sono scappato, che non ci ho neppure provato, mi logorerebbe fino a star male. Non lo faccio solo per altruismo, neanche solo per egoismo. Lo faccio perché credo sia giusto. A prescindere. Non voglio mettere tutto il resto in secondo piano ma è normale che mille pensieri si perdano e si confondano nella mia testa… ecco il motivo della mia assenza. Ora la battaglia non è finita. Non so quando questo succederà, ma almeno ho recuperato un minimo di concentrazione per scrivere qualche riflessioni su quello che vedo/leggo/ascolto.
Concludo ringraziando quelle persone che hanno passato notti insonni ad ascoltare masturbazioni mentali senza capo ne coda. Mi sa che stavolta sono in debito con qualcuno.
A questo punto avrete già tutti abbandonato la lettura per dedicarvi a qualcosa di più costruttivo. Eh eh, niente di più giusto! Cosa c’è di più noioso della mia prosa?
Ora vado a dormire, buona giornata a chi è riuscito ad arrivare fino in fondo.
PS.Dopo questo credo sia più chiaro il significato del sottotitolo.
martedì 8 luglio 2008
Quando piove, diluvia
“[...] All those... moments will be lost in time, like tears... in the rain. Time to die.”
Roy Batty
Che dire... Non me l'aspettavo. Già da qualche giorno non riesco a mettere due parole in fila per questo blog. Troppi casini. Sto perdendo le certezze. Ho molti post salvati a metà nei documenti... Spero di poter tornare attivo nei prossimi giorni/settimane, per adesso stacco. Devo recupare la cosa più importante della mia vita. Chi l'avrebbe mai detto che sarebbe finita così... ahah! Adesso, caro Fede, usa la Forza! Se non si lotta per quello che si ama per cosa lo si fa?
Ringrazio tutte quelle persone che mi sono state vicine. Dai però, non deve essere niente di così tragico! Sto reagendo male. Tornerò più forte di prima. Eheh. Nessuno si salverà.
Spero che tutto si dimostri esagerato e di poter tornare me stesso già nei prossimi giorni.
A presto.
Federico.
PS.Il blog potrà comunque presentare novità offerta da Cristian. ;-)
giovedì 3 luglio 2008
Dojo Kun

hitotsu, jinkaku kansei ni tsutomuru koto (migliora il carattere)
hitotsu, makoto no michi wo mamoru koto (via di sincerità)
hitotsu, doryōku no seishin wo yashinau koto (rafforza la costanza dello spirito)
hitotsu, reigi wo omonzuru koto (rispetto universale)
hitotsu, kekki no yū wo imashimuru koto (autocontrollo)
giovedì 26 giugno 2008
Flame on!
La voce del fuoco… Ah… La pessima grafica di questo blog deve molto a questo libro… Un libro strano tra l’altro.
“Opens I mouth, for make noise in I’s hurt, and say off ire is come through I, and rise, and rise, with grits of bright, in neath of old black sky.”
Chapter one: Hob’s Hog. 4000 BC
Il primo romanzo di Alan Moore è stato pubblicato originariamente nel 1996, nove anni dopo ancora non era disponibile una versione tradotta del libro, per questo mi convinsi a prenderlo in lingua originale. Non l’avessi mai fatto; Moore è un pazzo e ha scritto qualcosa di illeggibile anche con un dizionario a fianco. E ci ho provato, lo giuro!
Lo scorso anno le edizioni BD hanno fatto il grande passo: traduzione e pubblicazione in Italia del testo. Questa “svolta” editoriale mi ha permesso di avanzare nella lettura e di capire meglio le intenzioni del mago inglese.
Alan Moore (per chi non lo sapesse è il miglior scrittore di fumetti di sempre, autore tra le altre cose di V for Vendetta, Watchmen, From Hell e Promethea) ambienta l’intera vicenda a Northampton, la sua città. Questa scelta comporta una particolare strutturazione del romanzo, suddiviso in racconti ambientati in epoche diverse (collegati tra loro da una serie di elementi ricorrenti), e si pone l’obiettivo di dimostrare che ogni metro quadro, anche il più sperduto, nel corso dei secoli ha accumulato fatti (o leggende) che meritano di essere raccontati. Gran parte dei capitoli del libro sono frutto dell’immaginazione dell’autore, che si apre al lettore per mostrare la natura magica del luogo giocando sul labile confine che separa il reale dal mito.
Basta uno sguardo alle pagine iniziali per incontrare il primo ostacolo: ci troviamo di fronte a un racconto narrato in prima persona da uno stupido preistorico, con la grammatica contestualizzata, cioè inesistente, poche parole e concetti espressi per associazione, non basta qualche riga (abbinata ad un notevole sforzo) per abituarsi allo stile. Le tecniche narrative si evolvono lungo i secoli, passando per l’allegorismo medievale per terminare con una scrittura contemporanea (sarà la voce dell’autore ad accompagnarci nelle ultime pagine). Da questo punto di vista Alan riesce a raggiungere virtuosismi formali di pregevole fattura, indebolendo però la scorrevolezza della narrazione.
Nonostante alcuni capitoli risultino essere molto brevi, i personaggi presentati riescono sempre a conquistarsi la pietà del lettore (e ne hanno bisogno, data la triste natura degli eventi narrati) e ogni periodo storico riesce a dominare sui protagonisti (fulminanti le dieci pagine dedicate all’impero romano, molto efficaci).
Il libro è senza dubbio impegnativo, denso e pieno di follia (a partire dall’atipico cast utilizzato). Moore non ha voluto risparmiarsi per il suo esordio tra i grandi, risultando a tratti eccessivamente barocco e macchinoso. Il ritmo lento e struggente dello scorrere delle pagine porta inevitabilmente alle conclusioni finali dell’autore stesso, che ci racconta l’attuale stato della città e ciò che è rimasto degli antichi misteri.
Con questo romanzo Moore non solo ci regala un viaggio magico, ma racconta se stesso: ci descrive i suoi luoghi, il suo borgo, le sue emozioni, le sue fantasie, i suoi sogni e il mondo (immateriale) che lo circonda.
Dal 1994 Alan si professa mago. Questo libro può introdurre al misterioso universo che sente suo, risultando scorrevole anche per chi (come me) è in grado di cogliere solo una piccola parte del significato dell’opera (scritta con un simbolismo estremo).
I difetti non mancano, spesso la narrazione si fa pesante e non sempre Moore raggiunge un’adeguata efficacia anche per i più bassi livelli di interpretazione (ma almeno ci sono, a differenza di altri suoi scritti in prosa).
Mi sento di consigliare questo libro ad ogni fan dell’autore e a chiunque non abbia paura di affrontare il metaforico viaggio (con ostacoli e delusioni annesse) proposto dal barbuto inglese.
mercoledì 25 giugno 2008
Citaz. (Donnie Darko)
"Birra e fica! …Io non chiedo altro!"
"Dobbiamo solo trovarci una Puffetta per uno!"
"Puffetta?"
"U-hu!...Una che te la dia! Qui a Middlesex, sono tutte suore! …Ci vuole una bella biondina che allarghi le gambe ai tuoi ordini! Come fa Puffetta!"
"Puffetta, non scopa!"
"E' una cazzata! Puffetta si scopa tutti i Puffi! Grande Puffo, l'ha creata apposta!... Stavano sempre a canna dritta gli altri Puffi!"
"No, tutti tranne Vanitoso, che è omosessuale!"
"D'accordo, sai che ti dico? Lei se li scopa, mentre Vanitoso guarda,… contento?"
"Sì, ma Grande Puffo? Anche lui si butta nel mucchio oppure…"
"Lui, sai che fa?… Riprende tutte le ammucchiate, poi in privato… le rivede e si ammazza di seghe!"
"Prima di tutto a creare Puffetta non è stato Grande Puffo, ma Gargamella, che la mandò dai Puffi come sua spia avendo l'intenzione di distruggere il villaggio, ma la contagiosa allegria della vita dei Puffi la trasformò per sempre! Quanto all'ammucchiata da voi descritta è irrealizzabile! I Puffi sono asessuati, non hanno nessun organo riproduttivo, sotto quei pantaloni bianchi! Per questo, è illogica, no,…la felicità dei Puffi! … Che cazzo vivi a fare se non hai il pisello?"
martedì 24 giugno 2008
Profondo blu
E' arrivato il turno di Aquaria! Non posso passare per quello che ignora il panorama indie e questo gioco è stata una piacevole sorpresa.
Uscito di nascosto ormai da qualche mese, Aquaria è un gioco affascinante, in grado di far funzionare ancora molto bene delle meccaniche risalenti a qualche generazione fa.
La protagonista dell’avventura è Naija, un’abitante del mare che ha perso la memoria; la ricerca dei suoi compagni e familiari la farà viaggiare in suggestive locations, all’interno delle quali scopriremo antiche civiltà, incontreremo i mostri che le abitano e saltuariamente vedremo riaffiorare i ricordi del nostro alter ego virtuale.
Il mondo da esplorare è interamente in due dimensioni e il gameplay ricorda quello dei classici metroid/castlevania (con evidenti richiami al sempre verde loom). La nostra eroina acquisirà nuove abilità nel corso dell’avventura e gli strumenti (armi) a sua disposizione saranno soprattutto il canto e la cucina (per poter attaccare con sfere infuocate deve trasformarsi, evento meno comune di quanto ci si immagini).
Tecnicamente sia i fondali sia la fauna marina sono ben curati e gli oggetti presenti nei vari stages si integrano efficacemente con l’ambiente; il peggior risultato dal punto di vista grafico è, paradossalmente, quello ottenuto con la protagonista: animazioni fluide e perfette per ogni movimento tranne uno, il girarsi da destra a sinistra (e viceversa), mancano proprio gli sprites per questa azione e ogni volta che si passa il mouse da un angolo all’altro dello schermo si vede Naija “scattare” dall’altro lato, senza alcuna movenza intermedia.
Altro difetto sono le musiche: belle, evocative, ma mortalmente ripetitive. È naturale come cosa, stiamo parlando di un prodotto indipendente, team ridottissimo e budget ridicolo (tanta tanta passione però), anche se qualche giorno in più passato ad ottimizzare questi dettagli avrebbe giovato al prodotto finale.
Il ritmo del gioco è lento, inizialmente sembra non riuscire a ingranare, ma proseguendo l’azione aumenta costantemente, regalandoci momenti frenetici. La direzione scelta è giusta. Questo gioco non può correre. È stato fatto per rilassare, per esplorare un mondo magico, per godersi l’armonia dell’ambiente e dei gesti della tenera Naija.
Non posso che promuovere il prodotto. La scena indie sta sfornando piccoli capolavori in serie, meriterebbe una maggiore attenzione da parte dei media del settore.
Per completezza mi sembra giusto lasciarvi l'intrigante trailer di Aquaria:
;-)
mercoledì 18 giugno 2008
martedì 17 giugno 2008
52
"La pazienza ha un limite, Pazienza no."
Vent'anni e un giorno fa moriva a Montepulciano Andrea Paziena. Aveva trentadue anni.
Il paz è stato uno dei più celebri fumettisti italiani, grande personalità e immensa creatività. Molti lo considerano un genio, forse lo era, ma come fumettista non è mai riuscito a maturare completamente anche se, col passare degli anni, probabilmente ce l'avrebbe fatta a entrare nel circolo dei migliori.
Il paz è stato un grandissimo illustratore. Nel corso della sua breve carriera ha utilizzato le più svariate tecniche pittoriche e sembre riuscendo ad ottenere eccellenti risultati. I suoi disegni sono stati utilizzati per opere di ogni tipo (grande amico di Fellini e Benigni, saltuariamente ha lavorato anche con loro).
Il paz è stato un personaggio atipico nel panorama italiano. Col suo carattere riusciva sempre a distinguersi. Aveva una talento fuori dal comune, le potenzialità erano enormi, viveva uno stato di perenne creatività. Può essere che fosse il migliore, non lo sapremo mai. Poteva gestirsi meglio. Peccato.
I suoi fumetti e i suoi dipinti/disegni sono l'apoteosi dell'autorefenzialità, tanto da essere così intimi che possono colpire il lettore da dentro. Le sue capacità artistiche erano quanto di più perfetto ci si potesse immaginare, l'esatto opposto delle sue doti narrative che, invece, hanno sempre lasciato a desiderare.
Le sue opere sono qualcosa di irrazionale, ha portato all'estremo le caratteristiche formali introdotte da Moebius dieci anni prima, ha creato personaggi provocatori e non si è lasciato fermare da nessun tema scottante avesse per la testa. Psichedelico.
Nonostante non sia mai riuscito a convincermi del proprio valore (le sue qualità sono comunque indiscutibili) e abbia sempre pensato che fosse sopravvalutato, credo che il mondo artistico (e non solo) italiano avrebbe molto bisogno di gente come Andrea.
Concludo segnalando una serie di video a tema messi a disposizione su repubblica.it per l'occasione.
domenica 15 giugno 2008
Pillole di cinema (3)

Hellboy:
Premettendo che le tecniche narrative utilizzate dal buon Mignola nei suoi fumetti non sono mai riuscite a catturarmi, riconosco che il soggetto mi ha da sempre incuriosito. Con questo spirito mi sono avvicinato al lavoro di Guillermo Del Toro ispirato a quei racconti. Il risultato mi ha soddisfatto. E molto. I temi sono stati approfonditi meno e la trama non sfugge ad una linearità forse necessaria, lo riconosco, ma è un film d’azione e non può rischiare di perdere ritmo ricamandosi addosso tematiche impegnative.
I personaggi trasudano carisma, hanno una loro vita, non solo uno scopo narrativo e ognuno compie un percorso che segue con precisione i tempi dei risvolti narrativi, la storia è piuttosto scontata ma interessante e le ambientazioni sono in linea con i cupi tratti dell’opera di partenza.
Del Toro riesce a non deludere dietro la macchina da presa, riuscendo a seguire al meglio lo svolgersi dell’azione, grazie anche ad un montaggio ben riuscito. La scene comiche non sono mai invadenti (anche se il fumetto si tratta più seriamente, ma è una scelta rispettabile anche quella adottata per la pellicola) e il regista/sceneggiatore è stato bravo ad inserire il giovane agente, escamotage classico per raccontare nuovi “mondi” e utile a evidenziare di volta in volta i diversi aspetti del mostro rosso (evitando quindi incongruenze caratteriali facilmente riscontrabili se il racconto ci fosse stato mostrato attraverso Hellboy).
Il prodotto finale è ottimo, uno dei migliori esponenti del suo genere.
[7/8]
School of rock:
Non tutte le commediole americane vengono per nuocere! Un Linklater più convenzionale del solito e un Jack Black ispiratissimo sfornano un film di pregevole fattura, pieno di emozione e passione per il buon vecchio rock ‘n’ roll! Musiche fantastiche e buone idee, in alcuni momenti la carica di Black fa sbagliare qualche tempo ma niente di grave: un sincero inno al vero rock. Fa niente se qualche rapporto poteva essere approfondito maggiormente, è una commedia, non aveva ambizioni, se non quella di trasmettere la maestosità della musica preferita da chi, come me, ama fantasticare sulle note dei Led Zeppelin, degli Who, dei Rolling Stones, dei Pink Floyd e di tutti i pazzi che il rock lo sanno fare.
[7,5]
sabato 14 giugno 2008
Perchè anche i lupi parlano

Okami è stata una delle rivelazioni per Playstation 2 ed è, da ieri, disponibile anche su Wii.
Il pluripremiato lavoro dello studio Clover ha sempre avuto un difetto: nonostante la notevole importanza delle sequenze narrative l'halifax (distributore italiano) non ha mai ritenuto opportuno tradurre i testi rovinandoci, almeno in parte, l'esperienza.
Segnalare il lavoro svolto da un gruppo di fan è dunque un obbligo morale, nella speranza che le quasi quattrocento (!!!) pagine di traduzione si diffondano tra i potenziali acquirenti del titolo.
Vi lascio dunque il link al progetto: okamiita.altervista.org.
venerdì 13 giugno 2008
The crystal skull is BACK! (By Pietro)
Davvero speravate che i due precedenti interventi (trilogia classica e quarto episodio) sarebbero bastati ad esaurire l'argomento Indy? Ahahah! Ogni tema andrebbe affrontato da diversi punti di vista per essere compreso al meglio. E' dunque il turno Pietro (lui che il cinema lo studia sul serio) che esordisce su queste pagine con un appassionato commento sull'ultima fatica di Spielberg e Lucas! Vi lascio alle sue parole:
Film in pieno stile Indiana Jones... gustoso. nel complesso ben realizzato. Focalizzando su aspetti prevalentemente tecnici e stilistici, sono belle le scene nella cittadina, nel bar, nell'uni... riuscite meno bene invece le scene nell'angar 51 all'inizio della pellicola (palesemente girate in studio e poi compositate con gli sfondi in post-produzione, tra l'altro anche in maniera scarsamente accurata, soprattutto per quanto riguarda certe ombre doppie poco convincenti…). Ben ripresi invece tutti i luoghi comuni noti ai fans della saga… compresa la chicca del serpente-mangia-ratti che pur essendo poco animalista è una trovata quasi scontata nella sua originalità. Il cappello è come sempre parte integrante del personaggio di Indiana jones, e come tale viene sempre recuperato …o non viene perso tra una cascata e l’altra. La memorabile scena dell’inseguimento sui carrelli della miniera nel Tempio Maledetto, è rievocata questa volta nella giungla a bordo delle vetture.
Un altro appunto riguardante la realizzazione: potrei azzardare ad affermare che l’intero film troppo di frequente rischi di sembrare un mero esercizio di stile; una moltitudine di situazioni che non si possono definire al limite della realtà… non stanno né in cielo in terra!!! (qui a malincuore devo ammettere che ho iniziato a maturare scontento e perdere stima verso il buon Steven)…
Un frigorifero a prova di bomba atomica?? Non dimenticate di procurarvene uno … di questi tempi non si è mai troppo sicuri!;
se qualche anima buona e di intelligenza superiore ha la bontà di spiegare il significato della momentanea regressione di Shia in un Tarzan signore delle scimmie superveloce…Personalmente mi è sfuggito anche il significato di quei poveri indigeni murati nei sotterranei della piramide maya da chissà quanto…che guarda caso stavano aspettando proprio indy e la sua banda… ma che guarda caso non li incontreranno nemmeno e finiranno trucidati nel giro di una scena e mezza dagli inseguitori russi…
… pausa di riflessione… XD
Per quanto riguarda la trama e lo svolgimento, il tutto regge, forse (e qui si capisce per chi faccio il tifo) la mano del maestro George si fa sentire…buona l’idea di far leva sul mistero dei maya e sui sospetti verso presenze aliene.
Il neo-junior fa la sua parte degnamente e guarda le spalle al veterano Ford che seppur visibilmente invecchiato è ancora un professore (ogni tanto) e “archeologo” in forma e credibile.
Spendo proprio due parole per la componente femminile del cast: quella dolce donzella dal fegato d’acciaio incontrata “sull’arca” anni orsono, è un elemento necessario per completare il quadretto famigliare, che per altro regge bene, e per fortuna!, perché si tratta di un nodo dell’intreccio non così secondario; dall’altro lato mi domando il perché dell’aver scritturato la Signora Degli Elfi per una parte che non sfrutta per nulla le potenzialità dell’attrice. Nulla da obiettare comunque alla comunistona cattiva di turno.
La scena finale vale tutto il film… pippe mentali e fisiche a manetta!
Un ultimo appunto riguardo la componente politica della storia: nelle precedenti avventure, (tralasciando il primo in ordine cronologico di ambientazione, ossia “Il Tempio Maledetto” – 1935) abbiamo notato che la simpatia verso l’impero dei Nazisti è palese: ne “I Predatori Dell’arca Perduta” ambientato nel 1936 e ne ”L’ultima Crociata” nel 1938, ci si trova nel mezzo dell’era Nazista: 1933-1945. I cattivi di turno nella storia dell’umanità sono proprio loro…ed in quanto tali vengono pesantemente ammoniti dalla coppia Lucas-Spielberg di matrice decisamente democratica.
In questo quarto capitolo “Il Regno Del Teschio Di Cristallo” (1957), il nemico è comunista; resta la coerenza di scontrarsi, da parte dei nostri eroi, con il “Potente” del periodo storico.
Infine: una mia interpretazione personale vede la grande diva Kate vincitrice tra tutti. Colei che riesce ad ottenere quello che vuole, ovvero la conoscenza; non è forse così? Ahahahah
giovedì 12 giugno 2008
Libera uscita

Luciano Ligabue. Rocker (e scrittore, e regista, e sceneggiatore) emiliano lanciato verso successi sempre più grandi, nel 2002, quattro anni dopo all’acclamato esordio sul grande schermo con Radiofreccia, torna dietro la macchina da presa per presentarci Da zero a dieci, la storia di Giove (fratello del defunto Freccia) e del suo gruppo di amici.
Il soggetto è semplice: i quattro protagonisti tornano a Rimini dopo vent’anni per completare un weekend di follie interrotto per un motivo che verrà svelato solo nel finale della pellicola, per farlo si sono dati appuntamento con le vecchie amiche conosciute durante la storica vacanza.
Ligabue, come in radiofreccia, fa leva sulla nostalgia e stavolta ce la mostra dagli occhi di chi la giovinezza la ricorda soltanto (in questa occasione il cantante racconta la sua generazione, cercando di mostrarne i pregi e i difetti, esagerando forse con l'autoreferenzialità). I personaggi ricordano il passato solo con brevi riflessioni, di sfuggita e spesso con un solo, semplice e lapidario giudizio (da zero a dieci appunto). Gli spunti sono tantissimi, troppi, c’è tanta di quella carne al fuoco che non basterebbe una trilogia per sviluppare al meglio le idee di questi ragazzi di mezza età, la superficialità ha permesso al cantautore di riassumere in una (bella) canzone il significato del film. I personaggi sono troppi per una rappresentazione così complessa, il film è ibrido tra la coralità del gruppo e la singolarità di Giove, riuscendo a mancare il bersaglio di entrambe le visioni. La storia dei compleanni non è stata vissuta con eguale intensità dai quattro ma il dramma funziona bene e il film riesce a lasciare qualcosa anche dopo la visione. Tecnicamente nonostante le discrete critiche la regia non mi ha colpito e anche il montaggio mi ha lasciato più volte perplesso, ottima invece la colonna sonora (anche se volevo sentire il blues e non l’orchestra durante il concerto!) così come la scena fatta tipo musical.
In definitiva ho preferito di molto radiofreccia, sarà per la sorpresa, per le minori aspettative, per gli attori (che stavolta qualche colpo lo accusano) o per la maggior compattezza generale (grazie anche alle minori ambizioni).
[6/7]
martedì 10 giugno 2008
Suspance... (By Elda)
Stavolta ci pensa Elda a fare il punto della situazione; dopo aver visto la coppia film+musical del celebre profondo rosso la giovane ragazza ha così espresso il suo punto di vista:
Suspance, sangue, psicologie perverse, e cruenti omicidi… Dario Argento non si smentisce mai, con “Profondo Rosso” viene giudicato da molti della critica come “l’erede” di Hitchcok.
La trama è piuttosto semplice: un pianista assiste all’omicidio di una psicologa-sensitiva e da quel giorno la sua vita cambia; decide che deve essere lui a prendere in mano le redini di questa indagine, per mettere fine alla serie di efferati omicidi operati da una mente contorta, disturbata da un non so che di inquietante… come in ogni thriller che si rispetti il protagonista è aiutato nel suo difficile compito, in questo caso la scelta cade su una bella giornalista con la quale intreccerà una storia di sentimento, sfida, e ricerca della verità. Sullo sfondo una musichetta infantile, una casa abbandonata, un lugubre disegno e la polizia sempre sulla pista sbagliata.
Difficile non essere catturati da questo bellissimo film… se da una parte abbiamo il sangue evidentemente finto dall’altra abbiamo momenti di profonda suspance che ci fanno balzare sulla poltrona!
Tutto per giungere al più inaspettato dei finali.
Ottimo anche il cast: David Hemmings nel ruolo del pianista inglese Marcus Daly, Daria Nicolodi (nonché moglie del regista) nei panni della giornalista, impicciona quanto intelligente, Gianna Brezzi, Gabriele Lavia che è il misterioso e complicato amico Carlo, e Carla Calamai, ovvero Marta, la madre di quest’ultimo. Tutti bravi nei loro ruoli, di certo non semplici da interpretare. Una nota di merito particolare sicuramente a Hemmings e alla Nicolodi che hanno reso il film degno di essere visto.
Lodevole anche l’inquietante colonna sonora, opera del gruppo rock dei Gobelin che diedero come titolo “Profondo Rosso” a uno dei loro primi album.
Non ha deluso le aspettative nemmeno il recente musical ispirato all’omonimo film. La trama è pressoché identica, se non fosse per qualche particolare legato all’ambientazione, come nel caso del primo omicidio che nel film avviene in un appartamento, nel musical in un camerino del teatro.
L’atmosfera è resa meravigliosamente, colore dominante ovviamente, il rosso, su quasi tutte le scene.
Ottimo l’utilizzo delle tre maschere, narratrici misteriose dell’appassionante storia. Attori discreti per quanto riguarda l’interpretazione della storia, ma con una voce molto bella che ha garantito la buona riuscita delle parti “cantate”; ottime coreografie per ballerini professionisti che hanno di volta in volta trasmesso le emozioni dovute attraverso i loro passi, guidati da sensazionali musiche. Niente da ridire, insomma, per un film considerato fra i più belli del cinema italiano, guidato da uno dei migliori registi del thriller-horror, e per il suo degno adattamento teatrale.
lunedì 9 giugno 2008
domenica 8 giugno 2008
Pillole di cinema (2)

Fur:
La bellissima Nicole Kidman e l’amato Tony Stark ad interpretare un’immaginaria biografia della fotografa Diane Arbus. Ci troviamo di fronte a un prodotto visivamente molto interessante: le stanze, i freak, le pubblicità e l’intero (per quanto piccolo) mondo che circonda i protagonisti riescono a suggestionare lo spettatore.
I suoi pregi però non vanno di molto oltre e i limiti riescono invece a manifestarsi appieno. Il film è vuoto. Fatica a raccontare e ad emozionare. E se Diane non avesse fatto neanche una foto sarebbe cambiato qualcosa? No. E questo no è un fallimento dal punto di visto biografico. Ma almeno ci sono i freak! La loro situazione, i loro rapporti, i problemi, gli stati d’animo… Naaa, solo abbozzati. Così come l’interessante situazione famigliare, il rapporto (e il carattere) delle figlie, dei parenti, tutto accennato. E la trama? Il dramma che arriva a compiersi? Il tema del mare non riesce a svilupparsi e a creare la giusta atmosfera per l’addio. I fatti sono pochi, il soggetto è semplice, procede lentamente senza però riuscire ad approfondire le belle immagini proiettate sullo schermo. Buona opera visiva, ma il film si perde molto presto tra i molti spunti proposti. E pensare che vent’anni fa i freak ci regalavano prodotti come Elephant man…
[6,5]
Superhero:
Osceno! Inguardabile! C’era ovviamente da aspettarselo ma che dire? Avendo visto tutti i film parodiati e amando il tema supereroistico credevo di riuscire a farmi qualche risata… Scordatevi invece le battute comprensibili solo a pochi, ai cliché finalizzati alla storia e a quelle chicche in grado far sorridere anche lo spettatore più esigente. Lo so, era ovvio che fosse così, ma cosa posso farci? L’ottimismo mi ha reso cieco. Le cose sono due: o il film era davvero così pessimo o io sono diventato così vecchio da non riuscire più ad apprezzare i siparietti alla scary movie… Probabilmente la verità sta nel mezzo. Un grazie a chi ha deciso di far durare questo strazio un’ora e mezza scarsa. Fosse durato due ore non so se adesso sarei qui (vivo).
[3]
sabato 7 giugno 2008
Arrivederci.

Brutto colpo per gli abbonati sky amanti del cinema, dopo aver perso l'elenco mensile dei film da qualche mese (c'è solo a pagamento, sono pazzi!) ecco la decisione di non rinnovare il contratto a studio universal, uno dei canali più interessanti. Le trasmissioni si sono interrotte ormai da una settimana, un vero peccato.
I costi continuano ad aumentare, il servizio a peggiorare e i dubbi vogliono diventare certezze. Gira la voce che studio universal verrà sostituito dal canale della MGM, se non sarà all'altezza, zak! Via sky!
:-(
martedì 3 giugno 2008
DS World! (2)
Castlevania: Dawn of sorrow.
L’ennesimo capitolo della fortunata serie dedicata al castello di Dracula, il primo sviluppato per la console portatile griffata Nintendo, si colloca un anno dopo la conclusione degli eventi narrati in aria of sorrow (l’ultimo per game boy advance) ampliando ulteriormente le modifiche introdotte con successo dal suo predecessore.
Il protagonista è ancora una volta Soma Cruz che dovrà sconfiggere la setta guidata da Celia Fortner (intenta a portare in vita un nuovo signore oscuro e per farlo dovrà uccidere il nostro giovane eroe). Le sequenze narrative fanno solo da sfondo alla grandiosa atmosfera presente nelle diverse zone del castello e la trama avanzerà lentamente, senza scioccanti rivelazioni, lasciando alle parti giocate il difficile compito di tenere incollato il giocatore.
Il gameplay è il classico della serie, con l’aggiunta della raccolta anime introdotte in aria of sorrow (caratteristica che permetterà di personalizzare le abilità del protagonista), e la voglia di non perdere il backtracking (ripercorrere più volte le stesse zone) “alla metroid” presente già in molti altri capitoli.
Nonostante le innovazioni introdotte non siano molto rilevanti il gioco rappresenta uno dei punti massimi raggiunti dagli adventure a scorrimento in due dimensioni e l’esperienza di gioco resta di altissimo livello.
L’approccio iniziale non presenta molte difficoltà e le prime fasi di dawn of sorrow sono decisamente alla portata di chiunque, il castello è comunque un ambiente immenso ed esplorarlo per intero, comprese le stanze nascoste, si rivelerà un’impresa più ardua del previsto.
Il design è ispirato anche se lo stile simil-manga non sempre si adatta all’atmosfera del castello (tendenza che si nota esclusivamente durante i pochi dialoghi, nelle fasi di gioco infatti questo “difetto” viene meno) e i nemici sono vari e ben caratterizzati (in relazione agli stage che li contengono) grazie a richiami letterari/mistici/mitologici.
Unica nota stonata è l’utilizzo del touchpad: i sigilli da disegnare alla sconfitta dei boss non sono intuitivi e una semplice imprecisione può trasformare le vittorie ottenute dopo uno scontro all’ultimo sangue in tragici fallimenti.
[9]
PS.Geniale l’utilizzo della Medusa del Cravaggio (che segue con lo sguardo il nostro cammino) nel mezzo di un lungo corridoio.
domenica 1 giugno 2008
Ci sono mancate le tue frustate...!
SPOILER PER CHI NON HA (ANCORA) VISTO INDIANA JONES E IL REGNO DEL TESCHIO DI CRISTALLO!
Mi raccomando, non leggete niente che riguardi Indy senza aver prima messo come sottofondo la stupenda colonna sonora del genio Williams.
“ […] it was awesome and anyone who thinks it was awesome is awesome and if you didn't then you're not.
Awesome.”
Ron Gilbert
Il film inizia subito bene e l’entrata in scena dell’archeologo è indimenticabile! Come è bellissima tutta la prima parte (nonostante alcune superficialità tecniche)… Qualche colpo viene perso col proseguimento della pellicola… Anche se sono convinto che la maggior parte delle scelte antipatiche siano state forzature dettate dal sopravvalutatissimo Lucas (le scene delle marmotte e del Mutt/Tarzan in primis)! Nel finale la voglia di spiegare tutto rovina un po’ l’atmosfera, ma niente di grave.
La trama è lineare e, a tratti, debole. Bravissimo Spielberg a gestire Oxley, personaggio chiave della vicenda e punto debole della discreta sceneggiatura; è il professore che spinge Indy a lanciarsi in una nuova avventura ed è sempre lui a fornire gli indizi fondamentali (lettera, prigione, mappa e frasi sconnesse nella pazzia), focalizzare eccessivamente l’attenzione su questo personaggio avrebbe evidenziato la macchinosità e le forzature di una trama che ha solo bisogno di essere scorrevole.
Qualche delusione per certe situazioni senza senso, inserite solo per rendere più spettacolare il tutto (esempi: gli indigeni rimasti per secoli all’interno del tempio ad aspettare di essere uccisi in due minuti dai russi, inutili a livello narrativo e che stonano con la coerenza generale del film, il teschio che è magnetico solo quando il buon Steven se ne ricorda, ecc).
Un aspetto che ha suscitato non poche polemiche è stato il cambiamento di tematiche. Per fortuna c’è stato dico io! Sono passati vent’anni dall’ultima avventura e il mondo è cambiato! A livello di sceneggiatura la modifica si è fatta sentire in profondità e non solo per il cambio nazisti/russi.
La trama è molto influenzata dai racconti avventurosi dell’epoca (anni ’50) e, in pieno “periodo Roswell”, l’unico mistero in grado di catturare tante attenzioni da parte di entrambi gli schieramenti era quello degli alieni. Un altro elemento inedito negli scorsi episodi è la componente spionistica, in questa quarta pellicola si respira (almeno nella prima parte) l’aria di diffidenza da parte delle agenzie di intelligence.
Il film è pieno di citazioni/richiami/omaggi ai capitoli precedenti (anche al telefilm ma, fortunatamente, in misura minore). Basta pensare alla minaccia fallita, alla manopola nel buco (stessa situazione e stessa inquadratura del tempio maledetto), ai continui rimandi a Marcus, all’Arca, al ritorno dei quadretti famigliari (sempre esilaranti), al parallelismo carrelli-jeep, ai serpenti, al relax, all’università, alla sempre verde equazione Indy=cappello+frusta e alle altre innumerevoli trovate, belle belle belle!
Per il resto questo episodio ci racconta una suggestiva avventura del nostro archeologo preferito, civiltà precolombiane, giungla, templi nascosti, prigioni, passaggi segreti, rapimenti, inseguimenti, c’è tutto il necessario per non sbagliare! Peccato per il mistero un po’ scontato ma un’avventura così non si vedeva da molti anni.
Nonostante qualche imperfezione il film si assesta su ottimi livelli, bravo Spielberg e bravo Ford! Grazie per averci fatto rivivere l’affascinante mondo di Indiana!
Voto da appassionato: 8,5.
Voto oggettivo: 7/8.
PS.Tra i vari forum si leggono lamentele per alcune scene troppo esagerate, ma lo spirito della serie è SEMPRE stato questo! O c’è qualcuno pronto a sostenere che scendere dal cielo a bordo di un gommone sia più realistico del superamento delle tre cascate?
sabato 31 maggio 2008
DS World! (1)
Dopo il grande successo di Ossu! Tatakae! Ouendan!, rythm game atipico e demenziale, arriva anche in Europa il suo clone/adattamento: Elite Beat Agents.
Il giocatore impersona un terzetto di “agenti” che hanno il compito di rispondere alle disperate richieste di aiuto di originali personaggi in preda a drammi esistenziali, e quale modo migliore per risolvere i problemi se non con… la danza?
I tre protagonisti si esibiranno in intricate coreografie con lo scopo di porre fine ad assurde problematiche: dal fidanzato di una babysitter alle prese con le piccole pesti, passando per un regista senza talento alla ricerca dell’ispirazione, senza dimenticare Leonardo Da Vinci alla conquista della Monna Lisa, il povero cagnolino disperso, il petroliere che troverà Atlantide, il ladro pasticcione e le altre esilaranti situazioni descritte da comici siparietti (4 o 5 a seconda della canzone). La caratterizzazione e lo stile sono promossi a pieni voto e il gameplay non è da meno! Il premere (e trascinare, e roteare) a tempo il bianco pennino non è mai stato così divertente! La ricerca del punteggio perfetto e la simpatia dei pazzi protagonisti ci spronerà a non lasciarci sfuggire niente del mondo fittizio del gioco!
Gli unici difetti di questo titolo (che può però deludere chi non ama quando i giapponesi si inventano cose così sopra le righe) sono la longevità (abbiamo a disposizione solo una quindicina di canzoni da interpretare) e l’effettiva qualità dei brani, essendo per la maggior parte cover (non sempre di pezzi eccellenti tra l’altro).
Concludere il gioco con i Rolling Stones (Jumpin Jack Flash), passando per David Bowie, i Queen, i Deep Purple (highway star) e l’intramontabile Y.M.C.A. diverte moltissimo e il supporto di cut scene al limite della sanità mentale non ha prezzo. Peccato che bastino due giorni per terminare il percorso e l’elevata rigiocabilità non è sufficiente a tenere la cartuccia nella console per più di tre settimane (il tempo di fare i record sulle tracce preferite).
Il gioco è comunque da promuovere a pieni voti! Grazie alla sua originalità conquista facilmente il cuore di ogni fan del genere, non serve guitar hero su DS, ma un seguito di questo capolavoro.
[8,5]
PS.Segnalo che è completamente assente la localizzazione italiana, ma l’inglese utilizzato è facilmente comprensibile da chiunque.










